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E così quella specie di riunione dedita al miglioramento della reciproca fiducia fondamentale per poter dare il meglio insieme ai proprio colleghi Auror, iniziò da Logan che si propose per primo nell'esposizione del suo ricordo. Nonostante Artemis sapesse già quale tra i suoi mostrare al resto del gruppo, fu in qualche modo sollevato che qualcuno prima di lui riuscì a farsi avanti. Poteva avere una visione più chiara di quello che avrebbe comportato e degli effetti che un ricordo poteva avere su tutti gli altri oltre che a se stessi. Quando immerse il viso all'interno del pensatoio, la visione dell'esperienza di Logan lo lasciò perplesso. Quando raddrizzò la schiena e si volse a guardare il suo compagno era evidente che il ragazzo si vergognasse molto di quello che gli era accaduto... e come non capirlo. Anche Artemis si sarebbe vergognato profondamente se fosse successo a lui ma c'era un altro problema, il neo Auror non riusciva a capire perché il serpeverde aveva scelto propri quel ricordo. Cosa diceva di lui? Cosa mostrava della sua persona? Fu Kedavra a parlare e a fare una domanda piuttosto legittima. Quando Logan iniziò a spiegare rispondendo alla domanda del capo degli Auror, le motivazioni circa l'aver mostrato proprio quel ricordo, si fecero più chiare ma lo stesso il grifondoro non volle esporre alcun dubbio o domanda... il ricordo aveva già infierito abbastanza su quel ragazzo. Quando fu il turno di Julia, il Genio del quidditch immerse nuovamente la testa dentro quella sostanza argentata ed osservò attentamente ogni dettaglio del ricordo. Quando raddrizzò nuovamente la schiena, i suoi occhi si spostarono senza indugi sul viso della professoressa. Fu molto colpito non solo dal ricordo ma anche dalla spiegazione che fece poco prima rendendo partecipi tutti i presenti che lei all'età di soli otto anni aveva assistito ad una maledizione senza perdono e non una qualunque ma dell'anatema che uccide. Quel ricordo aveva un punto in comune con quello di Logan ma anche uno di fondamentale differenza, Artemis non riteneva la sua professoressa in alcun modo responsabile per l'accaduto. Fu quell'unico pensiero a scaturire una domanda sincera a cui il ragazzo teneva ad avere una risposta. Si avvicinò di qualche passo verso di lei allontanandosi di qualche metro dal pensatoio attendendo il momento opportuno per parlare quando il ministro Moody fece una domanda a sua volta. Fu una domanda in un certo senso simile a quella che il ragazzo aveva in mente, ma il neo Auror era un tipo testardo che pur di non tenersi dentro un pensiero o una domanda era disposto a fare la figura del cretino che non aveva capito niente... era un qualcosa che prescindeva quasi dal suo autocontrollo. Attese che il ministro finisse per poi arrestare la sua camminata ad un metro dalla professoressa e con sguardo intenso riuscì a fare quella domanda che continuava a rigirarsi nella testa... Deve essere stato terribile assistere ad una scena simile... mi chiedo, lei crede ancora di essere responsabile per l'accaduto? Si le aveva dato del lei. Il grifondoro non aveva mai imparato quando fosse il momento giusto del "tu" e quello del "lei" ma essendo Julia la sua professoressa di Incantesimi gli venne spontaneo darle del lei. In realtà Artemis voleva una conferma più che una risposta. Nel caso si fosse sentita ancora responsabile, non avrebbe esitato a dire come la pensava al riguardo cercando in qualche modo di essere d'aiuto. Se invece fosse stata positiva, avrebbe accolto quella conferma con un sorriso. Lo sguardo fermo concentrato sul suo viso in attesa di una risposta nella speranza che fosse quella più positiva possibile... |
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Convinta che sarebbe bastato accaparrarsi un angolo buio per concedersi qualche momento di totale alienazione, dovette ricredersi nell'immediato. Già pronta ad estraniarsi quella manciata di secondi utili a riprendersi dagli scenari appena rivissuti, si sentì nuovamente invasa dall'abbacinante brillio d'un riflettore: Moody, Ministro e collega ma soprattutto amico, aveva deciso di cercarla ed inchiodarla con lo sguardo per poi porle un quesito. Cosa la sorprese? Non fu l'unico a rivolgerle un interrogativo, tanto che anche Artemis si intromise facendosi vicino alla sua insegnante. Presa in contropiede da quelle domande che, in fondo, doveva aspettarsi, deglutì guardando i due uomini a turno. Un silenzio che le parve lungo un'eternità andò a colmare l'Ufficio fino ad ottundere le sue orecchie e farle fischiare ma, tutto sommato, era pronta a ribattere. Seppure amareggiata, non si riteneva impaurita dal confronto e si stava abituando gradualmente a quella nudità d'animo sotto gli occhi dei suoi alleati. Alleati il cui destino era lo stesso della ragazza. A seguito di quella pausa, dunque, la Baudelaire fece schizzare le pupille in direzione dell'Erbologo affinché riposassero nelle gemelle dilatate dalla luce che lei rifuggiva. Un sospiro. -La... memoria è come un pungolo aguzzo, Edward: convivo con una rimembranza mai totalmente insabbiata dal tempo. Soprattutto in questi ultimi anni, ho sviluppato un rigore che fatico a credere mio dato che, non prendiamoci in giro, dietro alla maschera impassibile che tento di far aderire al volto, sono sempre pronte quelle lacrime di una persona tremendamente emotiva, cui lascio piena libertà quando sono sola. Il consiglio di mio padre è uno sprone a scindere ma, nell'intimità, ho modo di ricordare e di combattere contro la totale rassegnazione. Se ti chiedi: "avrà superato il trauma?", la mia risposta è dolorosamente negativa. Il patto stipulato con me stessa è quello di non avvelenare la mia intera esistenza né quella di chi mi sta intorno. Avrò sempre disponibili ritagli di vita cui dedicare la mia frustrazione e questo, forse, fa di me una debole ma... sono un essere umano e come tale reagisco.- Annuendo debolmente, dedicò un'ultima ed intensa occhiata all'uomo per poi spostare la sua attenzione sul giovane Grifondoro il quale si era anch'egli interessato a quanto visto pochi attimi prima. Il fatto che avesse sbocconcellato alcuni dei metri che li dividevano, indusse Londra a provare forte empatia nei riguardi dell'allievo. Aveva spontaneamente sentito il desiderio di accorciare le distanze e, in un certo senso, quel gesto proteggeva lo spettro spoglio della soldatessa dalle altrui indiscrezioni. Prese fiato nel tentativo di sciogliere il nodo creatosi nella sua gola, poi si fece forza e decise di spendere qualche parola in più. -Vedi, Artemis: quando si è bambini tutto appare gigantesco ed insormontabile. Se all'epoca mi ritenevo del tutto responsabile, oggi penso che una giovane vita si è spenta in favore della mia ed è come un monito impietoso. Ora come ora so che il senso di colpa è irrazionale ma, la consapevolezza di aver lasciato indietro Eleanor, beh... ancora mi tormenta.- Tutto sommato, sebbene fosse intrappolata nella sua bolla egoista di nauseanti sensazioni disperate, una parte di sé sperò d'essere risultata esaustiva nel chiarire quei dubbi condivisi con palpabile interesse. Il suo turno era davvero concluso? Edited by Julia Baudelaire - 10/12/2014, 14:21 |
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Anche se ormai elessar c'aveva fatto l'abitudine, doveva ammettere che riceve un gufo con il sigillo degli Auror fu una sorpresa. Era da parecchio che non si presentavano convocazioni al Quartier Generale, ma doveva aspettarselo. Aveva sentito dire ultimamente che Kedavra aveva assoldato una nuova "carrellata" di reclute, e quindi era giusto che i più anziani membri dell'ordine si prendessero almeno la briga di presentarsi ai novelli dell'esercito. Quel giorno sembrava dunque arrivato, ma la cosa ancor più particolare era la possibilità di presentarsi senza la divisa ufficiale. Forse un addestramento in incognito o qualcosa del genere? Probabile. Ma nella lettera non c'erano molte spiegazioni, giustamente. Quindi doveva solo recarsi al punto di randevù e scoprire di persona le intenzioni di Kedavra. Cambio dei piani: invece del solito ritrovo tra le mura del Ministero della Magia, il drappello di maghi era tornato a scuola. I pensieri di Elessar, per un attmio indugiarono sulla possibilità di una retata nel castello per scovare possibili maghi oscuri che si celavano entro i confini di Hogwarts, ma era strano il fatto che non si fossero organizzati prima, in altra sede, per poi raggiungere il "terreno di scontro". Ciò che attese il trasfiguratore fu quello che, a primo acchitto, sembrava una specie di incontro di una setta all'interno dell'ufficio di Kedavra. Una serie di sedie fu disposta a formare un cerchio nelle stanze della preside, con al centro quello che aveva tutta l'aria di essere un pensatoio. Godwin non era pratico di quegli oggetti (origini, dove trovarli o come crearli) in quanto più rari di un mantello dell'invisibilità, ma grossomodo aveva una vaga idea di come potessero funzionare. al suo arrivo non era il solo, ma nemmeno l'ultimo. Julia, Sidney, Moody e altri erano già arrivati e avevano preso posto. Non fu difficile capire che la scelta era a libera discrezione degli ospiti, quindi, infiocchettato nella solita veste da mago nera, spesso sfoggiata ai tempi in cui era un professore, che gli dava quell'aspetto austero e rigido, Godwin si andò a cercare un angolo anonimo dove poteva tenere sotto controllo la situazione ed evitare il passaggio di persone alle spalle. Una visione ampia, d'insieme di tutta la stanza, preside compresa e che gli permettesse di raggiungere delle possibili vie di fuga. Ossessione? Paranoia? Forse, ma dopo Shaverne e la fatidica Notte Rossa...bè, certi atteggiamenti iniziano ad assumere una chiara e comprensibile giustificazione. Le porte si chiusero quando tutti varcarono la soglia. I novizi erano per la maggior parte suoi ex-studenti; chi più grande e diplomato e chi ancora a scuola, ma più o meno gente che conosceva di nome e di faccia prevalentemente. Kedavra richiamò l'attenzione di tutti e prese la parola con un lungo discorso. Parole e riflessioni forti, le sue, che il mago un po' condivideva e un po' no. Capiva i motivi che la spingevano a quel progetto, ma questo non voleva dire che potessero piacergli. La sua vita privata era sempre stata custodita gelosamente dal Grifondoro perchè sapeva e aveva sperimentato più volte che rendere partecipi di tali discrezioni seconde o terze persone forniva un'arma a doppio taglio. Certo, era più facile essere capiti, accettati e compresi dalle persone vicine. Ma anche colpiti, distrutti, annientati. Ciò che prima si poteva difendere da una corazza emotiva veniva messo a nudo e reso facile bersaglio da chiunque, che fosse volontario o involontario. Però comprendeva il fatto che chi, come loro, combatteva in squadre e doveva fidarsi di chi gli copriva le spalle, era necessario. Ma come la pensava Kedavra, la pensava anche Elessar. La fiducia la si può ottenere se ci si mostra propensi a darla e meritarla. Se i suoi soldati dovevano "spogliarsi", allora doveva farlo anche lei. E non per sapere qualche dato anagrafico come aveva fatto Jelonek sventolando il cognome della donna o sapere quanti anni avesse effettivamente la preside. Insomma, era una specie di caccia alle informazioni, con la differenza che non si andava proprio a caccia.Ma questo non escludeva la possibilità di capire le personalità dei presenti. Punto in cui capo e dipendente sembravano pensarla uguale. E così, il gioco del Pensatoio ebbe inizio con Logan. Il primo volontario che si era offerto per farsi analizzare. Come aveva spiegato precedentemente Kedavra, tutti i presenti, e questo giro toccava anche a Elessar se voleva raccogliere informazioni utili, si alzarono portandosi accanto al bacile intarsiato di rune sulla pietra entrandovi come fossero dei ragazzi ad una gita didattica con Dolohov come guida dei suoi pensieri. |
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Entrambi i ricordi degli Auror che lo precedettero riguardavano momenti accaduti nella loro giovinezza, ed entrambi avevano in comune il fatto che qualcuno si era sacrificato per loro in modo che potessero continuare a vivere, ovviamente con la sostanziale differenza che l'uomo che salvò Logan era un estraneo, mentre la ragazza che si era sacrificata per Julia, facendosi colpire dalla Maledizione Senza Perdono, era come una sorella maggiore per l'attuale l'insegnante di Incantesimi. Entrambi i ricordi erano molto dolorosi e toccanti, e sicuramente avevano giocato un ruolo fondamentale nella crescita di entrambi. Eustass, con il suo solito sarcasmo perverso, aveva trovato un'ulteriore connessione tra i due ricordi, e ovviamente non poteva che essere legato al più carnale istinto dell'essere umano, ovvero il sesso. Secondo il suo ragionamento il vecchio che aveva salvato Dolohov non era altro che uno di quei classici pedofili di bassa lega che girano nei parchetti a molestare i bambini, e che solo nel punto di morte aveva deciso di redimersi verso la sua ultima possibile vittima salvandola, per poi lasciarsi trascinare dalla corrente nel fiume, mentre l'apprendista che amava l'Alchimia della Baudelaire non era altro che l'amante del suo caro paparino, che l'aveva assunta come apprendista così da potersela portare a letto mentre la mamma e la bambina erano fuori. Ovviamente questi ragionamenti, che a Eustass parevano perfetti, se li tenne per sé, in quanto non voleva spezzare i bei ricordi dei due sbattendogli in faccia la dura e cruda realtà proprio nella riunione che sarebbe servita agli Auror per fidarsi l'uno dell'altro. Mentre i suoi colleghi ponevano domande, il professore di Volo stava rimuginando su cosa avrebbe potuto loro far vedere senza che scoprissero che lui era, in realtà, Black Sandman, il cattivo torturatore che si occupava delle punizioni verso i ragazzi che non osavano obbedire durante la tirannia di Shaverne. La sua infanzia non possedeva dei ricordi dolorosi, e gli unici importanti che aveva erano avvenuti con lui già maggiorenne e senza alcun tipo di protezione sul viso, quindi facilmente riconoscibile, soprattutto per quelli contro cui aveva combattuto durante l'ultima battaglia (a parte l'Erbologo, che sapeva già la sua vera identità). Non sapeva minimamente cosa mostrare, e non gli andava di far vedere a loro di quando, da bambino, suo padre lo portava a lavoro, al cimitero, per quella stupidaggine che lui chiamava "lavoro", ovvero mettersi in contatto con i morti attraverso la Necromanzia; quel ricordo era stupido e banale, e sicuramente nessuno dei presenti si sarebbe mai fidato di lui dopo averlo visto, anche se dubitava altamente che qualcuno avrebbe mai posto fiducia in lui, qualsiasi cosa avrebbe fatto vedere. Quella maschera che aveva sul volto, che lui adorava, era un facile deterrente alla fiducia. Si stava pian piano convincendo di mostrare un ricordo insignificante quando ebbe un'idea niente male, che miscelava ottimamente il fatto dell'importanza dell'avvenimento con il suo problema di non doversi far riconoscere. Schioccò le dita e, contemporaneamente, fece un passo in avanti, portandosi il più possibile vicino al Pensatoio della Preside. *Kedavra, se non è un problema, vorrei essere io a mostrare il mio ricordo, adesso* disse eccitato mostrando la sua lunga fila di denti tirati a lucido ai presenti. Estrasse la bacchetta e iniziò a giocherellarci tenendola tra le dita della mano destra, prendendosi qualche secondo per riordinare i pensieri, e poi iniziò la sua premessa: *Finiti gli studi a Hogwarts viaggiai molto, e in uno di questi viaggi, in Germania, incontrai un uomo di origini asiatiche che catturò subito la mia intenzione per la missione che mi offrì: diventare un Bookman, ovvero un libro vivente. La Setta dei Bookman esiste dall'alba dei tempi, e ha come obiettivo quello di creare la più grande enciclopedia mondiale della storia dell'umanità, sia magica, sia Babbana. La storia è scritta dai vincitori, quindi molte informazioni importanti rimangono nascoste o vanno perdute col tempo, ed è qui che entra in scena un Bookman: ogni momento della propria vita diventa un ricordo indelebile nella mente, e quando la persona designata è in punto di morte estrae tutti i ricordi e li deposita in un Pensatoio, come questo, e un nuovo Bookman prenderà il suo posto. *Questo ricordo va a collocarsi poco prima del mio ritorno a Hogwarts con l’incarico d’infermiere per contrastare la Follia Verde, e non possedevo ancora una maschera, anche se il mio volto era già stato sfigurato dall'incidente che mi era capitato, ma il mio volto sarà comunque celato dal mantello, quindi non vi preoccupate, non vedrete le terribili ustioni sulla mia pelle.* Con un gesto teatrale toccò, con la punta della bacchetta, la tempia alla sua destra, e dopo qualche istante estrasse il ricordo che aveva deciso di mostrare a tutti, adagiandolo delicatamente sulla superficie del Pensatoio, e quando tutti si avvicinarono immerse il suo volto mascherato insieme a quello di tutti gli altri. Le porte in pietra si spalancarono lentamente, e dalle scale scesero due uomini, illuminati solamente dalla fievole luce dell'incantesimo Lumos che sprigionavano le loro bacchette e dalla luce delle fiaccole appese al muro che l'uomo più basso tra i due, occhi a mandorla, capelli brizzolati e grosso neo sulla guancia destra, stava accendendo, lasciando che l'altra figura, coperta da un lungo mantello nero con il cappuccio tirato giù fin sotto al naso, attendeva silenziosamente vicino ai gradini. Man mano che la stanza circolare si riempiva della luce ballerina delle torce, maggiori dettagli potevano essere scorti tra le pareti bianche completamente intonse e senza alcun segno visibile dell'usura: non c'erano finestre, né fessure, e da come l'uomo dai tratti asiatici stava tremando, i due dovevano trovarsi a molti metri sotto terra. La pavimentazione era formata da mattonelle bianche e nere, e su ognuna di esse, al centro, era inciso un piccolo libro color argento, che magicamente girava le pagine ogni qual volta il mago basso ci passava vicino. Il soffitto era a cupola, senza alcun tipo di candelabro o lampada. La porta si richiuse dopo pochi secondi che i due l'avevano varcata, con un tonfo che rimbombò per tutte le pareti della stanza dalle dimensioni assai modeste. -L'idea di morire asfissiato qua dentro non mi piace tantissimo, tra l'altro sto morendo di freddo, quindi vediamo di finire velocemente il rituale, d'accordo? Abbiamo mezzora- disse frettolosamente il mago orientale, senza girarsi verso il suo interlocutore, mentre era intento a guardare scrupolosamente per terra alla ricerca di qualcosa. Mosse un paio di passi in avanti, poi a destra, tornò indietro di qualche metro e alla fine si chinò verso una delle mattonelle scure, apparentemente uguale alle altre, e iniziò a picchiettarla con la punta della bacchetta, mormorando delle parole impossibili da distinguere. Calò il silenzio, fino a quando la suddetta mattonella iniziò a tremare, per poi cominciare a levitare verso l'alto, seguita da un Pensatoio tinto di colori bluastri, appoggiato su un piedistallo in pietra dove, ai suoi piedi, si poteva scorgere una fiala di vetro tappata contenente un liquido scuro dai riflessi rossi spenti. L'uomo basso si rialzò e iniziò a osservare soddisfatto il contenitore di ricordi, mentre l'altra figura, che era rimasta fino a quel momento ferma nella sua posizione, mosse lentamente qualche passo in avanti. -Fermati, non sei degno di toccare la fiala prima di me- abbaiò l'uomo dai capelli brizzolati, che si frappose tra il Pensatoio e l'altra persona, facendola indietreggiare di qualche passo -Ci sono delle regole da rispettare, che tu lo voglia o no- Raccolse la fialetta e la strinse forte nella mano piena di calli e di cicatrici, e si portò dietro al Pensatoio, questa volta non distogliendo gli occhi dal suo compagno, che aveva ripreso a stare fermo e immobile come una statua, il respiro appena accennato, e ancora il cappuccio calato sul viso. La sua bocca era rimasta chiusa tutto il tempo, ma l'espressione che si poteva scorgere era apatica. Il mago di origine asiatica emise uno sbuffo dal naso, e poi ricominciò a parlare: -Ti ho trovato che eri un guscio vuoto, mentre ora hai uno scopo, e quello scopo è vivere. Ormai la vita che possiedi non è più solo tua, ma è anche della Setta, quindi non dovrai più vivere solamente per te stesso, ma anche per tutti gli altri tuoi compagni e superiori. La tua vita non è più solamente tua, vedi di mettertelo bene in testa, d'ora in avanti.- Attese qualche secondo, poi riprese il discorso: -Ora che hai come tuo obiettivo quello di tornare a Hogwarts per le tue ricerche, sei la persona adatta per progredire nel nostro scopo più alto, che porterà alla luce la vera storia del mondo. Quella scuola è un ambiente sereno e tranquillo, la maggior parte del tempo, ma è anche stato luogo d’innumerevoli battaglie. Ricordati, dovrai sempre stare dalla parte del Preside, chiunque esso o essa sia, ci siamo capiti?- Non ci fu risposta da parte dell'uomo alto, ma comunque il mago orientale gli porse la fiala a mano aperta, dicendo: -Questo è il sangue del tuo predecessore, che ormai ci ha lasciati da qualche tempo. Bevine la sua essenza, e opera nell'unico scopo che d'ora in poi avrai fino alla fine dei tuoi giorni: vivere.- Il destinatario di quelle parole fece cenno di sì con il capo, e poi afferrò velocemente la fialetta e ne bevve il contenuto. Sul suo volto c'era una smorfia di disgusto, e stringeva nella mano il recipiente di vetro con una tale forza da creparne i bordi. La porta, con un tremito, tornò ad aprirsi magicamente, mentre l'uomo basso si avvicinò a quello alto, posando una mano sulla spalla e commentando: -Hogwarts ha un potere speciale, sono sicuro che saprà darti nuove motivazioni di vita. -Benvenuto nella Setta, nuovo Bookman.- Mentre i due si accingevano a uscire da quella stanza, il ricordo iniziò, lentamente, a offuscarsi. Eustass estrasse il viso con una tale velocità che quasi inciampò contro una sedia, finendo per cadere con il sedere per terra. I suoi occhi, ora, erano rossi, come se avesse appena finito di piangere. |
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Ascoltò attentamente la risposta di Julia, consapevole che la domanda che aveva posto non era di facile approccio, non tanto perché fosse difficile da argomentare coscientemente, quanto più perché avrebbe toccato e stimolato corde emotive già resesi esplicitamente sensibili dopo la condivisione. Anche Artemis di Grifondoro aveva posto un quesito all'Insegnante di Incantesimi (all'Auror, in quel momento erano tutti -allo stesso modo- Auror) ed ella non tardò a dar voce ad una risposta che poteva sembrare quasi "materna" ad una prima analisi. Del resto, Edward Moody era convinto che essere Insegnante non fosse limitato alla sola professione accademica, ma in generale fosse uno stile da mantenere sempre con i propri allievi: in qualche modo, lì ad Hogwarts, ogni docente era responsabile dell'educazione di quei giovani maghi, anche andando oltre la didattica e i contenuti disciplinari delle materie di competenza (ognuno con il proprio apporto, più o meno intenso). Avrebbe voluto sorridere, nel riflettere su tale considerazione, ma l'espressione rimase seria, sebbene la tensione iniziale avesse iniziato ad allentarsi rispetto al momento in cui era stato spiegato loro il regolamento di quell'incontro. Annuì con un cenno del capo a Julia, come a dimostrarsi soddisfatto delle sue parole, rivolte più ad una persona a cui era legato piuttosto che -formalmente- ad un collega. Il gioco doveva proseguire e fu il turno di Black Sandman. Il Ministro della Magia non era troppo interessato al ricordo del leccaculo di Shaverne, perchè era certo che non avrebbe mai potuto cambiare l'opinione ben radicata che aveva di lui, piuttosto era incuriosito dalla scelta (in sé) che avrebbe compiuto per la condivisione: la sua identità era celata e di fronte ai presenti avrebbe dovuto selezionare memorie che non lo ritraessero in maniera riconoscibile (in verità avrebbe voluto che tutti inserissero la testa nel Pensatoio per assistere alla visione di Black Sandman; avrebbe voluto davvero vedere cosa sarebbe successo dopo), che non lo legassero al suo vero nome. Come tutti abbandonò la sua posizione per immergere la testa in quello stralcio di memoria. Bookman. Quello che conoscevano tutti come professor Hawkins gliene aveva parlato, in occasione di un qualche banchetto: gli aveva spiegato cosa significasse e gli aveva detto di essere uno di loro. Edward non ne era rimasto troppo affascinato, ma nonostante ciò aveva cercato di documentarsi: non aveva trovato molte informazioni, se non quelle che gli erano state precedentemente fornite dal collega (odiava doverlo definire così). Superando l'impatto (non troppo esaltato) di quel pezzetto di memoria appena condiviso, l'Erbologo si concentrò sulla reazione immediatamente successiva alla visione dei presenti: Eustass era caduto a terra e le fessure della maschera che permettevano di osservare i suoi occhi lasciarono trasparire un rossore insolito, forse lontano dalla freddezza e dall'odiosa esuberanza che l'Infermiere dimostrava, permettendo che la sua auto elezione (*insensata, ingiustificata*) alla divinità sfumasse anche per stesso. Edward se ne stupì, per poco, senza lasciarsi prendere troppo dall'empatia che solitamente lo caratterizzava, riuscendo ad estraniarsene con il freno inibitorio della mente, che ancora ricordava l'uomo che Black Sandman aveva dimostrato di essere. L'uomo che, a conti fatti, era. L'unico uomo che era riuscito a farsi odiare. Andò subito a raggiungere il proprio posto, sui freddi scalini in pietra dell'Ufficio della Preside, riflettendo su quanto aveva visto, in relazione a quanto sapeva in più rispetto ai presenti. Certo era che l'Insegnante di Volo non poteva scegliere un ricordo qualunque, visto il segreto che era costretto a mantenere, tuttavia non riusciva a concepire come l'iniziazione a Bookman potesse rappresentare un'importante condivisione significativa. Agli occhi del Ministro e alla luce delle parole d'introduzione, era una decisione coscienziosa, presa con la consapevolezza di ciò che andava a segnare. Un uomo con un'integrità (anche morale) stabile e definita non accetterebbe mai di scendere a patti a priori con le proprie scelte future, nella certezza di poter tradire il proprio essere su imposizione di un setta. Questo se tali imposizioni non sono già coerenti in partenza con la propria persona, se si è già disposti a seguire una linea di azione conforme le norme future. Se, come Eustass aveva riferito prima di presentare il ricordo (non lo stava mettendo in dubbio, dava per scontata la veridicità di quella prefazione. *Strano,Edward*.), si sceglie autonomamente di entrare in un gruppo chiuso, accettandone da subito le clausole. Ciò su cui si sarebbe concentrato nel porre una domanda a Sandman sarebbe stato il motivo di quella condivisione, sia per metterlo in difficoltà, sia (ma soprattutto) per comprendere il vero significato dell'accettazione della missione offertagli dall'uomo asiatico. Parlò, ancora riflettendo, quando tutti ebbero raggiunto nuovamente il proprio posto. -La mia domanda per alcuni versi è semplice, ma non credo sia troppo scontata. Mi chiedo perché tu abbia proposto questo ricordo. -avrebbe di certo frainteso, avrebbe di certo pensato che volesse solo metterlo in difficoltà. Oh, non gli avrebbe dato questa soddisfazione: -O meglio, perché sia così significativo per te nonostante tu stesso abbia scelto senza forzature di essere Bookman, con tutto ciò che comporta. Del resto, credo che ogni singolo uomo porti con sé un punto di vista della storia, senza il quale mancherà sempre una parte importante, che non troverà mai spazio in quest'ipotetica enciclopedia. *Non è assolutamente credibile che il tuo ricordo di Hogwarts possa valere più di quello degli altri presenti in questa stanza.* Occhi rossi o meno, quel ritenersi uno scalino sopra chiunque altro continuava a farsi sentire. Ora voleva solo capire perché aveva scelto di diventare un libro vivente (se così amavano definirsi). Nei minuti che intercorsero fra l'analisi della memoria condivisa da Black e la domanda all'odiato collega, il Ministro della Magia si rese conto di non essersi concesso minimamente il tempo di osservare le reazioni degli altri Auror: che qualcuno potesse essere...affascinato dalla storia del Bookman? Posò lo sguardo su alcuni, ma ancora una volta la mente tornò alla riflessione su Hawkins, riguardo le ultime parole scambiate con l'uomo dai lineamenti orientali. Ricordati, dovrai sempre stare dalla parte del Preside, chiunque esso o essa sia, ci siamo capiti? Trattenne a fatica un sorriso. (*Peccato che questo non giustifichi quello che hai fatto, amore*) *Oh, non giustifica proprio nulla.* Chissà, magari avrebbe potuto registrare la storia di Azkaban, un giorno. |
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Anche un inesperto grafologo avrebbe potuto dedurre la personalità di Fos McGene, uno tra gli studenti più volenterosi all'interno della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Se avesse avuto la possibilità di confrontare le due pergamene dal contenuto identico, scritte a distanza di due ore circa, avrebbe senz'altro affermato che nel ragazzo ci fossero personalità discordanti, parallele per certi aspetti, o, come minimo, che non avesse un'identità ben precisa. Ignaro di tutto ciò, il figlio di Tosca era impegnato nella stesura dell'ennesimo compito, isolato fisicamente e mentalmente dal resto dei suoi compagni, la maggior parte dei quali oziava senza pensiero alcuno all'interno della Tana. Con una calligrafia frettolosa, priva di qualsiasi curvatura che gli era stata insegnata da bambino, stava ricopiando la trattazione da consegnare a Sidney Welsh; silente come suo solito, non degnava neanche il minimo sguardo ai suoi compagni perché troppa era la fretta di concludere il compito per poi dedicarsi ai problemi di Pozioni, materia in cui non brillava decisamente nonostante provasse una sorta di amore incondizionato verso la stessa. Le vacanze natalizie si avvicinavano frettolose al ritmo di pioggia e venti gelidi, e con esse gli esami G.U.F.O. , priorità assoluta tra gli obbiettivi che Fos si era prefissato uno dopo l'altro. Con il cambio di stagione il lavoro al Madama McClan's non concedeva neanche il tempo di respirare, pause di cui il commesso aveva bisogno per cancellare i falsi sorrisi dettati dalla sola buona educazione; le ronde giornaliere in veste da Prefetto minavano anch'esse all'apparente stabilità del Tassorosso, costretto a rimproverare studenti e, sopratutto, ad entrare in contatto con personalità ben lontane dai canoni in grado di schiudere il guscio che separava il suo mondo dal resto; allo stesso modo, i soliti avvisi lasciati sulla bacheca in sughero che ricordavano ai compagni le scadenze dei compiti, la buona condotta da mantenere per non perdere punti o qualunque cosa dovesse essere comunicata ai giallo-neri avevano fatto evaporare l'iniziale entusiasmo, perché sembravano essere solo una perdita di tempo, dal momento che, stando ai fatti, la maggior parte sembrava ignorarli. Malgrado ciò, il dovere lo bacchettava come un maestro severo e l'ambizione imponeva parametri da raggiungere per poter affermare che ciò che aveva ottenuto l'aveva davvero meritato; con determinazione, quindi, si sarebbe impegnato così che un giorno avrebbe potuto guardare, dall'altra parte della cattedra, il giovane Fos con gli occhi di un uomo completo, almeno da quel punto di vista. Era ciò che per lui si augurava. A spezzare quella giornata scandita dalla solita e intesa routine fu lo stridere minaccioso di un gufo - Fos ignorava da dove fosse entrato - , ora atterrato sulle pergamene del Tassorosso. « Togliti da lì! » urlò infastidito, cercando di scacciare il volatile con la mano, perchè impaurito dal pensiero che potesse rovinare i suoi compiti. Passarono alcuni istanti prima che Fos notasse la lettera tra gli artigli del rapace. Non era abituato a ricevere posta al castello, se non quando scambiava missive con il suo Responsabile Moody circa le autorizzazioni e il coordinamento di alcune attività della Casa. La perplessità sul contenuto oscillava tra un rimprovero e l'immediata rimozione dall'incarico di Prefetto, benché non ci fosse un vero motivo che avrebbe dovuto indurlo a pensare tanto. Srotolata la pergamena nel momento in cui il gufo dispiegò le ali, ne lesse il contenuto attentamente, appurando che avrebbe dovuto da quel momento abbandonare tutti i programmi a seguire. Non sbuffò come avrebbe fatto in diverse occasioni, non si domandò quali fossero i motivi che aveva spinto il Capo degli Auror a radunare il suo esercito, non percepì neanche l'aumentare delle contrazioni alternate delle cavità cardiache. Allentò la cravatta e iniziò a sbottonare la camicia mentre correva in dormitorio, dove, una volta liberatosi del peso dei colori di una divisa sempre stata fin troppo stretta, indossò i primi indumenti puliti trovati nel baule. Abbandonò la Sala Comune nel chiacchiericcio di sottofondo puntato alle spalle; non si curò minimamente nel dare spiegazioni sufficienti ad ammutolire le strane e insensate formulazioni vocali di chi, evidentemente, non aveva nulla di meglio da fare. Sperò, tuttavia, che, qualunque cosa stesse accadendo metri e metri sopra la sua testa, tutti i Tassorosso, eccetto Cenwyn che immaginava sarebbe stata con lui, rimanessero lì dentro. Bastò il peso delle prime parole a scatenare il flusso di inadeguatezza presente nelle tante lacune del giovane Auror. No, niente Auror. Fos McGene non aveva neanche idea di quanto quell'apposizione pesasse. Aveva avuto comunque modo di esplorare quanto di se stesso fosse compatibile con essa, ma il risultato era sempre il medesimo: ancora immaturo per immergersi in un oceano di maghi e streghe fuori dalle mura - e non solo! - di Hogwarts. Nella sua postura tesa, al fianco del Babbanologo, cercava di mantenere la massima concentrazione nell'udire la Preside, concedendosi solo nelle pause una ricerca degli sguardi dei suoi insegnanti. Circondato da quattordici persone, per la prima volta realizzò di essere davvero solo: non poteva dire certo di conoscere, se non per nome e ruolo, quelli che da una manciata di giorni erano diventati suoi colleghi. Avrebbe dovuto ancora una volta crescere in poco tempo, forse trovare una scorciatoia che permettesse quantomeno di raggiungere gli altri. Se per Fos era facile iniziare un processo di autodistruzione che gli permettesse di scendere alla pari di molti studenti, sarebbe stato, invece, difficile salire su un piedistallo alto almeno il doppio di lui. In genere, la fragilità dei piedistalli cresce esponenzialmente alle loro dimensioni. In sei anni da studente aveva intrapreso la strada più tortuosa, quella che richiedeva un sacrificio adeguato per la sua età; l'aveva percorsa cullato nel suo mondo solitario, concedendo a pochi di intromettersi per non subire alcuna influenza. Se era quella giusta, be', lui ne era convinto; giorno dopo giorno, infatti, maturavano risultati rilevanti che dimostravano le poche indecisioni circa le mete da raggiungere. Tuttavia, in quel giardino dei sentieri, una nuova e inaspettata biforcazione si presentò di fronte le iridi azzurre e, mai come allora, Fos McGene sentiva il bisogno di essere preso per mano e guidato nell'iniziale percorso. Avrebbe comunque dato del suo meglio, nonostante la consapevolezza dei propri limiti, che invano aveva cercato di estendere. Ora, entrato nella giungla senza attraversare la terra di mezzo, avrebbe avuto modo di scoprire, di conoscere nuove realtà ben lontane dalle immagini proiettate durante le letture di testi consumati dal tempo. Tra le insidie che minacciose lo attendevano, tra gli ostacoli da superare per andare oltre, tra il salto d'esperienza da ragazzino studioso a uomo sicuro dei propri mezzi, era richiesto trovare prima di tutto la fiducia nei confronti di chi, quel giorno, era lì presente. Una ragnatela invisibile che unisse le strade di ognuno, facili da percorrere nel momento del bisogno. Perché tutti ne avrebbero avuto: da soli, purtroppo, non sarebbe stato affatto facile sopravvivere. E se fino ad allora il Prefetto aveva assunto per veritiera l'equivalenza tra fiducia e riverenza verso la cerchia ristretta del corpo docenti, ora avrebbe dovuto scindere i due termini per poi ridimensionare il primo in funzione, almeno inizialmente, di un gioco il cui obbiettivo sarebbe stato quello di ottenere lo stesso risultato. Malgrado l'indecisione iniziale di tutti, Fos McGene non ebbe molto tempo per metabolizzare l'intero discorso di Kedavra; sicuramente la notte a seguire lo avrebbe aiutato a definirne la eco diffusa nella volta cranica. Si ritrovò immerso una, due, tre volte nel Pensatoio in veste di spettatore di stralci di vite passate nelle quali affondavano le radici del presente. Osservò Logan nel suo intimo ricordo, nella fragilità che per nulla appariva quando il Prefetto aveva l'occasione di incrociarlo al Castello; annuì, una volta tornati con gli occhi nell'ufficio, alla spiegazione che chiarì il motivo di una scelta che metteva nuovamente in pericolo la sua stessa vita. Allo stesso modo, entrò nel passato di una Baudelaire messasi a nudo già nel prologo: Fos rimase a tratti interdetto nel vedere quella scena in cui vi erano alcuni elementi che accomunavano entrambi, sebbene le dinamiche fossero differenti. Per la terza volta immerse il volto nella concavità del Pensatoio riempita dall'infermiere, cercando di ricordare la spiegazione che aveva precedentemente fornito. Quando uscirono dal lontano rito d'iniziazione di cui Hawkins era il protagonista, le parole finali dell'Erbologo fece riflettere il suo studente, che probabilmente non aveva capito un punto, forse fondamentale, di quella vicenda. « Posso? » rivolgendosi timidamente all'auditorio. « Ecco... » iniziò dopo un cenno di consenso da parte di Kedavra « Quali sono state le ragioni che l'hanno spinta a essere un Bookman? » domandò, non appena rivolse lo sguardo ad Hawkins. |
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Nel momento in cui il Pensatoio si era palesato come lo strumento concreto che avrebbe potuto dissolvere alcuni dei problemi che avevano, fino ad allora, creato spaccature insanabili tra i membri del suo esercito, la Preside Kedavra aveva considerato ciò che avrebbe potuto significare per lei, per tutti loro. Era fermamente convinta che nessuno potesse avere un passato privo di segreti od orrori, o più probabilmente entrambi, e chiedere di condividere qualcosa di inconfessabile davanti a semi-sconosciuti (per renderli qualcosa di più, per renderli fratelli) voleva dire prepararsi a incontrare quei demoni. Non di meno, assistere senza battere ciglio alla morte di qualcuno, resa ancora più brutale dall'assenza dell'atto in sé ma dal tetro susseguirsi delle sue ineluttabili conseguenze, costituiva un dolore inaspettato. Kedavra aveva seguito con lo sguardo Julia che ritornava al suo posto e lo aveva fatto con la paura inconscia che la sua fragilità non potesse reggere quel peso. Quando tuttavia la giovane strega si era seduta, aveva dovuto ricordare a se stessa che Julia aveva retto quel peso per tutta la vita. Nessun passato era privo di orrori. Il Capo degli Auror abbassò gli occhi sul bacile di pietra in una quieta forma di rispetto. Avrebbe potuto porre all'Insegnante di Incantesimi le stesse domande espresse da Artemis ed Edward, ma non era troppo sicura di volerne conoscere le risposte. Attese che Julia parlasse, cosa che fece con una pacatezza ripristinata, forse addirittura rinnovata, dalla condivisione. Quindi diede a Eustass il permesso di recarsi al Pensatoio e trascinare tutti loro con sé. Tra le varie questioni prese in considerazione nella preparazione di quell'incontro, il rischio di rivelare la vera identità di Eustass Hawkins era stata forse la preponderante. La prima proposta riguardava la possibilità di escludere l'uomo mascherato dalla riunione, adducendo impegni in Infermeria; ma come poteva essere credibile, quando anche al Ministro della Magia stesso era richiesto di abbandonare improcrastinabili faccende di governo per recarsi lì, dopo la sua chiamata? Nessuno dei presenti aveva una vita priva di occupazioni, del resto. Aveva quindi valutato di parlare a Eustass preliminarmente, preparandolo a quello che avrebbe dovuto fare, ma lei stessa non era riuscita a trovare il tempo di farlo, né le sarebbe sembrato corretto nei confronti degli altri Auror. Lo scopo di quell'incontro non era certo svelare tutti gli scheletri dell'armadio di ciascuno di loro, ma l'armadio di Black Sandman era così pieno che ormai nemmeno il lucchetto che lei stessa vi aveva apposto riusciva a tenerlo chiuso. Le sue confessioni appartenevano a un'aula del tribunale del Wizengamot, non alle mura dell'Ufficio del Preside. Il Capo degli Auror confidava che se Sandman era stato abbastanza furbo da non farsi scoprire fino a quel momento, sapendo benissimo quale fosse la posta in gioco, lo sarebbe stato anche nella scelta di un ricordo non compromettente circa la sua identità. Aveva visto giusto. Tuttavia quando, insieme agli altri, Kedavra fu tornata al suo posto, tutti i suoi pensieri vorticavano attorno all'Infermiere. Non mancava molto al suo processo. Aveva finito di servirsi di lui, e la tolleranza dei Ministri verso la faccenda si stava prevedibilmente esaurendo. Sebbene Lucius non le avesse fatto pressioni in merito, forse confidando nell'apporto che Eustass, nonostante tutto, forniva al loro esercito, non si poteva certo dire la stessa cosa di Edward. Se le avessero chiesto, alla cieca, a quale persona avrebbe affidato un qualunque pericoloso segreto di stato, la risposta sarebbe stata Edward Moody: non per una mera questione di fiducia, che comunque si accorgeva di riversare nell'Erbologo, piuttosto perché Kedavra lo riteneva straordinariamente adatto a gestire informazioni che in qualunque altro essere umano di sua conoscenza avrebbero scatenato disgusto, paura, o espressamente panico. Per quanto ciò valesse in relazione alla maggior parte delle informazioni su cui aveva aggiornato il Ministro, il caso "Black Sandman" sembrava costituire un'eccezione. Chiedere a Edward di lavorare e, per lo più, convivere pacificamente con il proprio torturatore non era stato un errore di valutazione, ma un suo semplice eccesso di ottimismo. Per quanto Kedavra condividesse con Moody il desiderio di vedere Sandman rovinato, lei non riusciva a ignorare altre priorità: quella di usare la sua forza, la sua preparazione magica e le sue capacità, sfruttando tutto questo a loro vantaggio. Dove lei vedeva un soldato schiavizzato dai suoi stessi crimini, Moody sembrava accontentarsi di scorgere uno scheletro impazzito dietro le sbarre di una prigione. In quel frangente, la Preside di Hogwarts ebbe modo di trovare i suoi timori rinnovati. Edward Moody sembrava avere smesso di celare il proprio disprezzo nei confronti del Docente di Volo. Anche se le sue parole rimanevano a malapena generiche e discutibilmente ambigue, il tono e lo sguardo non lasciavano spazio a interpretazioni: anche chi non avesse saputo tutta la storia - soprattutto chi non l'avesse saputa - avrebbe intuito che tra i due non correva buon sangue. Kedavra non poté fare a meno di seguire la domanda e gli atteggiamenti di Moody con la mascella irrigidita. La domanda di Fos alleggerì appena la sua tensione. Non aveva davvero creduto che la verità su Hawkins emergesse lì, per un grossolano sentimento di rivalsa del Ministro. Almeno, questo era ciò che volle ripetersi mentre tornava a guardare Eustass e si preparava ad ascoltare la sua risposta. -Kedavra |
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Gli sembrava come se un martello gli stesse colpendo ripetutamente e senza sosta il cervello con una violenza inaudita, aveva gli occhi secchi e che gli bruciavano, la gola stretta in una morsa d'acciaio e le labbra che gli tremavano come se stesse morendo di freddo. Il cuore stava battendo all'impazzata e non sembrava volersi calmare, per di più era caduto per terra, e ora il suo fondoschiena gli stava cominciando a far male. Tutto questo però non rivaleggiava nemmeno con il tremendo caos che aveva nella mente e che gli faceva vedere tutto offuscato e a rallentatore. Per quale motivo i ricordi di Sandman gli stavano provocando tutto quel dolore? Lui era Eustass Hawkins, una maledizione conosciuta fin dai tempi antichi come Black Blood, e aveva preso in possesso il corpo dell'ex infermiere relegando la sua psiche e i suoi ricordi in uno spazio recondito della sua mente senza alcuna via speranza. E allora perché tutto questo? Forse non era mai esistito nessun Eustass... Scosse la testa con forza, non era quello il momento di pensare a certe idiozie, e si alzò velocemente da terra, facendo vorticare tutto intorno a lui la stanza. Si appoggiò alla sedia sulla quale stava per sbattere in precedenza e iniziò a respirare profondamente, chiudendo le palpebre, cercando di far passare la terribile secchezza che aveva agli occhi, e di normalizzare il battito cardiaco, con il cuore che sembrava voler uscire dal proprio petto per scappare dalla Presidenza. Sperava di riuscire a sedersi una volta per tutte, magari mangiando pure una caramella, senza che nessuno commentasse il suo ricordo, quando, implacabile come il tuono dopo una saetta durante un temporale, si alzò la voce dell'Erbologo a chiedergli una spiegazione. Lurido figlio di una battona, perché non usi quella tua sudicia lingua per leccare un cactus, una buona volta? si disse mentalmente, con la rabbia che stava prendendo posto alla confusione post ricordo. Questo gli diede un sollievo momentaneo, ma doveva mantenersi lucido fino alla fine, o tutta la sua cura nella scelta del suo attimo di vita sarebbe stata vanificata dal commento di un essere inferiore com’era il Responsabile di Tassorosso. Fece un lungo sospiro e si soffermò a osservare il suo eterno avversario. Avrei dovuto ucciderti quella volta in biblioteca. Questo solo pensiero gli diede la forza di allargare il suo classico sorriso spavaldo, forse un po' tremolante e non molto convincente, ma voleva dare a tutti l'impressione di essersi ripreso del tutto, e quello che gli era capitato poteva essere ricollegato a qualsiasi cosa. Se qualcuno glielo avesse chiesto, avrebbe commentato dicendo che aveva mangiato un po' pesante prima di venire lì in Presidenza, e che forse era l'ora che smettesse di bere tutti quei frullati al mango. Ascoltò quello che ebbe da chiedergli anche Fos, senza degnarlo, per il momento, di uno sguardo, poi rispose alla domanda dell'Erbologo: *Semplice: non ho altri ricordi rilevanti della mia vita che potrei mostrarvi. Nessuno è mai morto davanti ai miei occhi, e l'unico ricordo doloroso che possiedo è di quando mi sono ustionato il viso, che non vi ho fatto vedere per ovvie ragioni. *Il ricordo doveva riguardare un punto significativo della nostra vita, non doveva per forza trattarsi di una cosa accaduta senza che noi lo volessimo. Inoltre, l'ho scelto anche per gli altri Auror, che adesso sono a conoscenza dell'esistenza della Setta dei Bookman, di cui sono sicuro non avevano mai sentito parlare. *Alla Setta non interessano assolutamente degli uomini ordinari, non se ne farebbero niente di una casalinga o di un operaio, gli serviva qualcuno che fosse a Hogwarts e avesse tutte le carte in regola per ricoprire subito ruoli importanti in modo da essere sicuro di non perdersi nulla d’importante delle cose che sarebbero accadute qui. E direi che hanno fatto decisamente centro.* L'ultima frase la disse tirando ancora di più il sorriso, mostrando tutti i suoi trentadue denti, perché sapeva quanto gli desse fastidio, all'Erbologo, sentirsi vantare della sua superiorità. Forse non avrebbe mai avuto la sua vendetta, forse sarebbe realmente finito ad Azkaban, ma lo avrebbe fatto sempre con un sorriso beffardo sul volto, incurante di tutto quello che gli sarebbe comportato. Spostò il suo sguardo (e la sua attenzione) verso la recluta Fos, che qualche giorno addietro lo aveva aiutato nell'interrogatorio contro Aloysius, rivelatosi un elemento fondamentale per far cantare il Serpeverde circa la preparazione dei suoi dannati Profumi Oscuri. Quel Tassorosso, a differenza del suo bigotto Responsabile di casa, aveva una mente vivace e libera da ogni pregiudizio, e la sua domanda non lo sorprese per niente. *Essere un Bookman non è soltanto un servizio che fai al mondo. Non sono così stupido da dipingermi così altruista come non sono. Essere un Bookman ti spinge a essere sempre in prima linea, a tenere le orecchie ben drizzate e gli occhi svegli per non farti perdere nulla che potrebbe rivelarsi fondamentale. Diventare un Bookman ti da la forza di superare i tuoi limiti, di combattere eternamente per qualcosa, ovvero il puro e semplice sapere. Questo ovviamente a un prezzo, ovvero rinunciare a mettere su famiglia e a lasciarsi trasportare per troppo tempo dai sentimenti, quindi è una cosa che in pochissimi sarebbero in grado di fare. Tu saresti un Bookman perfetto.* Lo fissò dritto negli occhi dopodiché, lentamente, si sedette sulla sua sedia. Ora l'unica cosa che gli doleva era il suo sedere, parlare gli aveva fatto notevolmente bene. |
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Il ricordo di Logan fu assorbito dalla mente della Scozia come una stilettata in pieno petto: non conosceva abbastanza il giovane Serpeverde per potersi dire piacevolmente o spiacevolmente sorpreso, ma quel frammento della sua storia era talmente vivido (e drammatico) tra le sinapsi del Babbanologo, che non riuscì a fare a meno di riserbargli un'occhiata accorta. Non doveva essere stato facile, per Dolohov, convivere con un segreto così intenso. Una persona aveva perso la vita per salvare la sua, senza esitazione alcuna, senza alcun dubbio, qualcosa che probabilmente era stato poi il riflesso di ogni sua azione. Un grande sacrificio da onorare. Non aveva domande da porre al giovane Auror, quindi ascoltò lo scambio tra lui e Kedavra con assoluto interesse. Qualche attimo di stasi, che venne presto sostituito dal ricordo di Julia Baudelaire. Doveva ammettere di aspettare con insolita ingordigia il pezzo di passato che ancora non conosceva della biondina, almeno inizialmente, ma quello che vide assieme ai suoi compagni fu l'ennesima conferma del fatto che ognuno di loro, nessuno escluso, aveva delle ombre. Nel caso dell'Incantatrice, la sua ombra si manifestava attraverso il ricordo di un funerale doloroso, simbolo di una morte ingiusta, di una persona straordinaria che era stata ghermita dal braccio della Morte troppo presto. I sensi di colpa scaturiti da quell'evento, con molta probabilità, erano quanto di più fastidioso da sopportare. Pulsazioni agonizzanti di quello che, però, non era stato un errore di Julia. La colpa non era sua, e Sidney sperava con tutto se stesso che quelle rimembranze fossero solo uno strascico e non un fardello ancora troppo pesante da sopportare, per la sua amata. Ma non era così, era evidente. Anche in quel caso, il docente di Babbanologia non proferì parola alcuna, ma si limitò a ruotare il cervello rossiccio in direzione della Baudie. Uno sguardo ed una sola frase, che però venne solo pensata: "perché non me l'ha mai raccontato?". Era una domanda sciocca e a doppio taglio, perché neanche lui aveva mai raccontato a nessuno quello che era successo tanto tempo prima. Questa volta furono Moody e Flamel ad avere dei dubbi da risolvere, e poi fu la volta dell'Infermiere, la cui trama funerea si era estesa a macchia d'olio in ognuno dei cervelli presenti nell'ufficio della Preside: una setta. Forse avrebbe dovuto aspettarselo da uno come Hawkins. La cosa che non si sarebbe aspettato era lo straordinario mutismo che Eustass aveva esibito in quel determinato pezzo della sua esistenza. Un atteggiamento nettamente in contrasto con quello pavoneggiante che aveva sempre caratterizzato il suo Responsabile che, a dirla tutta, agli occhi di Sidney appariva più vivo che mai. Che fosse stato proprio quell'episodio in particolare ad aver segnato il drastico cambiamento di atteggiamento da parte dell'uomo? Alla fine decise che era arrivato anche il suo turno. Sid si alzò in piedi, prendendosi tutto il tempo necessario ad inquadrare il proprio ricordo. Avvicinandosi al Pensatoio di Kedavra, mille e un pensiero cominciarono a rimbalzare tra le pareti strette della sua mente, schiava delle circostanze: aveva timore di non aver selezionato il ricordo più adatto e, al contempo, era terrorizzato dall'idea di averlo scelto, invece, in maniera troppo accurata. Non aveva paura del giudizio altrui, ma non gli piaceva tornare alla mente a quel momento. Vedere se stesso sotto quella luce alterata e decisamente poco raccomandabile, lo mandava in bestia. Faticava ancora ad accettare che lui era anche così, e che quella parte del suo Io che aveva sempre tentato di soffocare era tornata a combattere, più famelica che mai. Giunto quindi al Pensatoio personale del Capo degli Auror, ruotò il cervello rossiccio quel tanto che bastò ad inquadrare più o meno tutti. Sollevò appena gli angoli della bocca in un sorriso che oscillava tra presunta bonarietà e stanchezza psicofisica, una sorta di rassegnazione positiva. -Il ricordo è ambientato l'estate precedente al mio primo ingresso a Hogwarts, a undici anni. Il ragazzino che vedrete nel ricordo si chiama Leroy ed è stato il primo ad aver tirato fuori il lato di me che ho intenzione di mostrarvi- spiegò brevemente, sollevando le sopracciglia rossastre, prima di girare il volto in direzione del Pensatorio: la sostanza che albergava all'interno del bacile di pietra vorticava pigramente, attendendo solo di ricevere l'ennessimo pezzetto di Loro. La cosa più importante da capire era che Sidney non era la vittima e neanche l'eroe. Aveva deciso di condividere quel determinato ricordo perché gli sembrava giusto che tutti i presenti conoscessero una parte di lui che ancora faticava a tollerare. Una parte di lui che non sembrava appartenergli, ma che esisteva. Avrebbe potuto rendersi le cose più semplici e cazzeggiare sul ricordo da scegliere: "Sapete, mi sono fatto una famiglia! Lo so, lo so: avrei potuto accontentarmi della primogenita!". Ma aveva abbandonato il trucco da clown non appena aveva messo piede in quella stanza. Scrollò le spalle, sollevando la bacchetta d'acero rosso ben stretta nella mancina, per poi puntarne l'apice alla tempia sinistra. Socchiuse le palpebre scarabocchiate di capillari in evidenza, focalizzando la sua attenzione mentale sull'episodio che avrebbe mostrato ai suoi compagni. Una volta ghermito il ricordo, lo lasciò fluire dalle sue sinapsi, fino al Pensatoio. { Leroy è proprio un idiota. Se ci fosse un Regno dell'Idiozia, lui -- con la sua bella coroncina di cartapesta spiaccicata su quella nocciolina che spaccia per cervello -- sarebbe il sovrano indiscusso. Sono nuovamente in questo luogo che detesto, nuovamente in balia delle chiacchiere senza senso di questa persona che i miei definiscono per me come un "amico": la villetta in campagna dei miei zii paterni. E' un posto che non mi piace, perché non c'è niente da fare, perché mia zia cucina in maniera imbarazzante e perché, come ho detto, il mio "amico" Leroy è proprio un idiota, ed io non sono stato ancora capace di dirgliene quattro. Ogni volta che ci penso mi sale il nervoso: più lui mi stuzzica, più io rispondo con un sorriso da perfetto debosciato. Non sono in grado di ribattere e di farmi valere, e l'unica cosa che riesco a fare è sorridere come uno scemo. Come in questo momento: mi ha appena imposto di seguirlo in un luogo lontano dagli occhi dei miei zii e dei suoi genitori, chiamandomi simpaticamente "Perdente", ed io l'ho seguito a ruota, senza fare opposizione. Mi tirerei da solo una badilata sulle gengive, se avessi il coraggio. Ma non ce l'ho. Il paesaggio che ci circonda è tipico di questa stagione: la luce aranciata dell'imbrunire che spennella il cielo e i campi in fiore, il canto delle cicale in sottofondo, un raro tepore donato dal sole britannico che accompagna il nostro cammino verso nonsisabenedove. Rimango in silenzio per tutta la durata del tragitto, e rispondo come un automa a Leroy solo quando pretende apertamente un mio parere. "Dove... dove siamo?", mi chiedo mentalmente, facendo saltellare le iridi intorno a me. E' una specie di cratere ricavato da una qualche scossa di terremoto vecchia di cent'anni, o forse c'è passato un Tirannosauro la settimana scorsa e noi due non ce ne siamo accorti. Insomma, una fossa che non aspetta altro che fagocitare qualche demente con la bocca ancora sporca di latte. Come noi, insomma. Leroy allarga le braccia e sorride strafottente, sollevando le sopracciglia scure in uno scatto. -Bene, Sidney! Ti va di fare un gioco?- domanda lui, avvicinandosi di un passo a me, con quell'espressione da uomo vissuto dipinta sui tratti fanciulleschi. Io arretro con presunta noncuranza, lasciando ciondolare le braccia lungo i fianchi stretti e puntando lo sguardo nel suo, con un velo di preoccupazione ad imporporarmi le iridi cerulee. -E' meglio se torniamo a casa! Sai, tra poco farà buio, meglio non dare troppe preoccupazioni ai grandi!- replico io, accennando una sottospecie di sorriso a mezzaluna. Leroy si avvicina di un altro passo, rendendo la sua andatura quasi felpata. Continua a fissarmi ghignando indiscreto, assumendo le fattezze allegoriche di un lupo che sta stanando la sua preda. Il problema di Leroy è che vuole fare il bullo, ma non ha le carte in regola per farlo: soffre di attacchi d'asma e porta gli occhiali a fondo di bottiglia come il sottoscritto, quindi io non me la tirerei tanto se fossi in lui. Per di più, il suo Power Ranger preferito è quello Blu e non quello Rosso. -Che palle che sei! Forza, avvicinati!- incita il mio cosiddetto "amico", afferrandomi per il colletto della maglietta e strattonandomi nei pressi del cratere. Sono sul bordo, ora, ma l'unica cosa che riesco ad osservare è la faccia da idiota di Leroy, contratta nell'entusiasmo scaturito dalla sua stessa stupidità. Il Charizard sulla mia t-shirt viene deformato dalla presa forastica del mio gentile coetaneo, il respiro prende la rincorsa. -Lasciami, Leroy, non mi piace questo gioco!- esclamo prontamente, aggrappandomi con entrambe le mani al suo braccio, teso nella mia direzione. Leroy non capisce che deve piantarla e deve piantarla subito, e più stringe, più cerca di prevalere su di me attraverso la forza bruta, più qualcosa aldilà delle mie costole si incrina: all'improvviso, mentre Leroy tenta di buttarmi giù nella conca profonda almeno tre metri, io faccio forza più che posso sulle mie braccia, facendo leva con le gambe ben ancorate al tappeto erboso che stiamo entrambi calpestando. -Avanti, sfigatello! Stare per terra è il posto adatto a te, no?- Succede tutto con estrema fretta: l'unica cosa che riesco a distinguere nella foga del momento è la sagoma di Leroy che precipita, rotolando goffamente, dentro al cratere. Un suono sordo e di cattivo auspicio mette al corrente entrambi del fatto che probabilmente si è rotto o slogato qualcosa, e quando finalmente raggiunge il fondo, la sola cosa che mi assicura che sia ancora vivo è il verso gutturale che risale dal basso, direttamente dalla sua bocca fino al mio udito. Un verso agghiacciante, un rantolo funesto che però non recepisco nel modo giusto. Sono qui, ancora sul bordo, con l'affanno e l'adrenalina che circola nel mio organismo come un'infezione. Le orbite sgranate, puntate isteriche sulla figura di Leroy. La bocca schiusa in un ringhio sommesso, il petto che si alza e si abbassa a ripetizione. Uno strano shining si impadronisce del mio sguardo ed un solo messaggio sembra lampeggiare come un'insegna al led tra le pareti del mio cervello immaturo: "Vinco io". Allora è questa la sensazione che si prova quando ci si impone sugli altri a forza. E' questo che si prova quando si sente di avere in pugno la situazione. E' una sensazione che non ho mai provato. Avverto un angolo della bocca inarcarsi verso l'alto in maniera sinistra, ma non mi preoccupo. Avverto le mie gambe piegarsi fino a permettermi di accovacciarmi, ma non mi preoccupo. Avverto l'eccitazione montarmi in corpo come un demone, ma non mi preoccupo. -Cosa si prova a guardare le persone dal basso?- "Cosa si prova ad essere ME?" Il mio falso amico non risponde, si limita a grugnire per il dolore, ma per me non è abbastanza. -Bene, Leroy! Ti va di fare un gioco?- scimmiotto il mio non-amico, facendo scivolare le gambe lungo la parete scoscesa del cratere. Attraverso una serie di movimenti, mi ritrovo a slittare fino a raggiungere Leroy che, nel frattempo, si è messo seduto con un po' di fatica. Ansante, mi rivolge un'occhiata furente e piena di lacrime. E' il dolore mescolato alla rabbia, un mix esplosivo che deforma la sua espressione altrimenti strafottente. In più, credo stia avendo un attacco dei suoi. Il tipico odore di terra bagnata si infiltra velocemente nelle mie narici, ma tutta la mia attenzione è rivolta al Re degli Idioti, e non bado a niente che mi circondi. Mi avvicino con fare prepotente al mio coetaneo, piazzandogli una suola sullo sterno e spingendo fino a fargli aderire nuovamente le scapole con il terriccio umido. Mi abbasso su di lui, frugando nelle sue tasche fino a trovare l'oggetto a cui stavo pensando: la sua pompetta per l'asma, l'inalatore insomma. Me la rigiro tra le dita della mano destra per qualche secondo, godendomi la faccia di Leroy, ora scolpita nel terrore. Forse è colpa del sorriso a trentadue denti che gli sto rivolgendo, o è colpa dei miei occhi, freddi e spalancati come quelli di un pupazzo inanimato. -Cosa hai intenzione di fare, Sidney? Non hai il coraggio di farmi del male!- sbraita lui, mentre io mi sporgo nella sua direzione e sorrido conciliante. -Ma io non voglio farti del male- "Io non sono come te." -Io voglio farti passare il dolore e voglio farti respirare bene come prima!- annuisco vigorosamente con il cervello rossiccio, facendo saltellare l'inalatore da una mano all'altra, prima di piazzare la mancina sulla sua mandibola e stringere, per costringerlo a spalancare le fauci. Con la mano libera incastro la pompetta dell'asma nella sua bocca, sentendola cozzare più volte contro i denti da latte. Sto spingendo, mentre lui tossisce e fatica a respirare. Lo so che questo non è da me. Lo so che questo non sono io, ma... se lo merita, no? Lui mi ha fatto del male talmente tante volte, mi ha insultato, spintonato e sballottato dalla mattina alla sera! E' giusto che gli faccia vedere di cosa sono capace, vero? E' giusto fargli vedere che io sono superiore a lui, no? Cianotico, mi rivolge uno sguardo implorante a cui rispondo rendendo ancora più grottesca la mia espressione. Lo sto forse uccidendo? Si aggrappa con entrambe le braccia alle mie spalle e, mentre dalle sue orbite cominciano a sgorgare copiose lacrime e sento il suo corpo tremare sotto le mie cure impietose, io mi avvicino bruscamente al suo viso, urlando con quanta più forza possibile, svuotando completamente i miei polmoni. All'improvviso sento il rumore di qualcosa che si rompe: di scatto mi allontano dallo scempio che sono stato capace di attuare, arretrando rapidamente con i palmi che strisciano sul terriccio e il fiatone che mi costringe a respirare rumorosamente. Mi guardo intorno terribilmente allarmato, con l'adrenalina che velocemente scema fino a trasformarsi in un pianto accorato, che si unisce a quello strozzato di Leroy. Cos'è successo? Cos'è stato? Dopo qualche attimo di ricerca, le mie pupille dilatate inchiodano sopra la testa del mio presunto amico: dal suo capo bruno e ricciuto, sul terriccio, ha fatto capolino una crepa profonda, che si ramifica fino al bordo da cui ci siamo precedentemente scontrati. E' apparsa magicamente, come se fossi stato io a provocarla, grazie alla mia rabbia riversata su Leroy. Ma non è possibile... Vero? Il tempo di voltarmi verso Leroy, il tempo di avvicinarmi nuovamente a lui, stavolta per aiutarlo, che tutto finisce. L'unica cosa che continua è il pianto all'unisono a cui entrambi ci stiamo aggrappando, per dimenticare o per non farlo, che mano a mano che i secondi passano si trasforma in un eco lontano. E le immagini, assieme a tutto il resto, svaniscono in una nebbia insolita. Sto bene. Sto bene. Sto... bene. } Una sorta di cupa consapevolezza rese i tratti della Scozia decisamente più contratti e intolleranti di prima, mentre si riaccomodava ed attendeva che ognuno tra i presenti sbirciasse nella bacinella e si snodasse tra le rune ed i simboli con cui quest'ultima era stata incisa. Lo sguardò oltremare zigzagò rapidamente sulle espressioni delle persone che, mano a mano, riemergevano dal Pensatoio, per poi andare a depositarsi inquiete sulla bandana poco elegante (sembrava l'avesse appena rubata ad uno zingaro) che copriva l'orrenda cicatrice del suo moncherino. |
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In un turbinio di fumi argentei, ecco che si dissolse anche il ricordo di Eustass. Julia era ancora dell'idea di tacere e partecipare passivamente (ma attentamente) a quella sorta di intimo scambio. Inoltre, Hawkins era un uomo che, sebbene non creasse soggezione nella ragazza, rappresentava una personalità con la quale lei non voleva avere nulla a che fare. Memore del trattamento riserbato a Luna durante uno fra i suoi periodi più bui, provava schifo verso quella figura il cui episodio condiviso la colpì innegabilmente ma non la spinse a chiedere come, invece, fecero altri. Ascoltò parola per parola in silenzio, poi Sid si propose e, nella Baudelaire, un formicolio fibrillante si espanse all'altezza dello sterno. Smaniosa di scoprire un frammento dell'esistenza di Welsh che non aveva mai condiviso in precedenza, aspettò il momento di immergersi nella rimembranza e captò quanto possibile con vivo interesse. Fu come assistere allo spettacolo sbagliato. Aveva pagato il biglietto per vedere una rappresentazione e si era illusa d'aver preso il giusto posto nel veder comparire l'attore protagonista che sorrideva smagliante sulla locandina ma, di scenario in scenario, ogni aspetto della sorprendente tiritera si palesava come incongruente con le aspettative della Baudelaire. Leroy, dunque. Leroy rappresentava colui il quale rendeva motivata la scelta del Cappello Parlante che era ricaduta su Welsh. Ma... era davvero così? Un episodio come quello al quale tutti gli Auror avevano appena assistito, incarnava davvero la cattiveria spesso celata dello scozzese? Probabilmente, quest'ultimo pensava che il comportamento adottato in quella circostanza gli aveva donato la mostrina camuffata del viscido servo sibillino di Salazar però, l'occhio esterno di Londra, si era fatto scorrere dinnanzi tutt'altre immagini. La frustrazione di un debole convinto si era munita di armatura e redini, stringendo nel pugno la situazione e ribaltandola in favore di chi aveva sempre subito in religioso silenzio sofferto. Quello spaccato d'esistenza, secondo l'Incantatrice, si traduceva in quattro semplici parole: mors tua, vita mea. Una sfida al più veloce che, in quel caso, si era rivelato Sidney. Se solo non fosse intervenuto -pur accecato dall'incapacità d'ingollare l'ennesimo boccone amaro-, il destino del dispotico undicenne sarebbe stato quello di Edimburgo. Julia non aveva idea di cosa ne pensassero i colleghi ma lei conosceva il Babbanologo e lo conosceva bene. Non sapeva se lui, per questo, si giudicasse ma sapeva che non ne avrebbe avuto motivo. Un gesto violento ed indubbiamente avventato, certo, ma quanto lo avevano spinto, prima che cadesse nella botola dell'esasperazione? Quanto avevano tirato quella corda sfilacciata che era finita con il recidersi? Lei era a conoscenza di molti fra i racconti nei quali il suo non più migliore amico veniva bullizzato ed era venuto il momento di scoprire come, anche lui, sapeva mutare nel bullo sul traballante gioco delle parti. Inevitabilmente, la psiche rigurgitò schegge della sera in cui aveva combattuto contro Elessar sino allo stremo ma... benché quello scontro fosse servito ad esporre la bestialità mai dimostrata di Leith, benché lo avesse posto sotto un'altra luce pronta a renderlo inquietante, non poteva definirsi un'occasione similare a quanto il Pensatoio aveva appena riprodotto con fedeltà. La biondina avrebbe voluto porre mille ed un quesito al soldato appena sacrificatosi ma, se lo avesse fatto, sarebbe avvenuto in separata sede. Una domanda meno personale di quelle che le balenavano fra le sinapsi, però, decise di esternarla e perciò si rivolse al giovane uomo. Le guance ceree non accennavano a colorirsi di cromie salubri né lo sguardo spegneva i fuochi fatui del disagio che danzava nelle sue iridi boschive tanto che, tali dettagli, contribuirono a palesare un'espressione ancora sconvolta da quanto aveva rivissuto ma questo non le impedì di interessarsi al Mondo che continuava a ruotarle attorno. I riflettori colavano abbaglianti sul suo adorato e, per la prima volta da quando era entrata nell'Ufficio, riuscì a guardarlo con meticolosità ed intenzione. -Sid... come definiresti il meccanismo innescatosi in seguito ad una reazione così irruenta? Recuperato il senno, a posteriori, è subentrato il pentimento o c'è dell'altro?- Era una richiesta di cui sospettava la risposta. Non lo stava mettendo alla prova ma non voleva nemmeno chiedere nulla che fosse banale o formale, distaccato. Sapeva che il docente percepiva qualcosa di articolato, di analizzato nel tempo. Il terrore, la confusione, l'ipotetico disgusto verso sé stesso provati sul momento di lucidità riacciuffata non bastavano, né spiegavano a fondo le cose così come stavano realmente. |
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Dal momento in cui si era seduto nuovamente al suo posto, di fianco a McGene, non aveva fatto altro che slacciare e riallacciare la bandana che copriva il suo arto mozzato. Gli occhi, leggermente spalancati su quel pezzo di stoffa testimone di una mutilazione volontaria, sembravano come incantati: non si muovevano, rimanevano fissi sulla benda mentre la mandibola della Scozia pulsava silente, ad un ritmo tutto suo. Quel giochino si stava dimostrando decisamente interessante: l'atmosfera che si era creata nell'ufficio di Kedavra era insolita. Ogni ricordo era accompagnato da un rispettoso silenzio e da un interesse reciproco, ed ognuno stava facendo la propria parte sapendo che quell'incontro non era cosa da tutti giorni. Anzi, era di vitale importanza. Il Corpo degli Auror, da quel giorno in avanti, avrebbe avuto qualcosa in più. I piagnistei di Leroy rimbombavano ancora tra le sue sinapsi e francamente sperava di non ricevere nessuna domanda in merito a quell'episodio passato, quando la voce di Julia raggiunse il suo udito e, quindi, invase la sua mente in immediato: il potere della Baudelaire su di lui era straordinariamente efficace, tanto che le iridi oltremare del Babbanologo, dacché erano rimaste vitree a contemplare la bandana da zingaro, si spostarono immediatamente in quelle boschive dell'Incantatrice. Sbatté lentamente le ciglia rossastre, mettendo a fuoco l'espressione della giovane donna. Le parole utilizzate da Julia per quella domanda sembravano essere state scelte con cura, quasi come avesse voluto mantenersi in equilibrio tra curiosità affettiva e rigore accademico. Sidney, dal canto suo, prese a mordicchiarsi nervosamente l'interno della guancia, socchiudendo appena le palpebre. Cosa avrebbe dovuto risponderle? Non sembrava un quesito troppo difficile da interpretare, ma non sapeva quanto sarebbe stato saggio, da parte sua, esporsi più del dovuto. Era anche vero che tutti erano lì proprio per esporsi, e che quindi avrebbe dovuto abbandonare, almeno quel giorno, il velo di costante paranoia che lo avvolgeva da tempi immemori, unito alle solite manie di persecuzione a cui si aggrappava per non darsi la colpa. -Sul momento, ammetto di essermi spaventato notevolmente: non pensavo di essere neanche in grado di partorire l'idea di voler fare del male a qualcuno, quindi sono rimasto piuttosto stranito dalla mia stessa irruenza- rispose inizialmente, deglutendo appena, per poi andarsi a grattare il lieve accenno di barba rossiccia sul mento. -E sì: c'è dell'altro.- La voce era roca, ma non per questo titubante: d'altronde ormai era fatta, quindi non aveva senso esitare. Era come un nervo: crudo, scoperto, pulsante. -Dal momento in cui sono entrato a conoscenza di quella mia vena, diciamo, vivace, ho sempre cercato di sopprimerla e mantenermi integro. Ho sempre pensato che fosse giusto così, che non esprimere quella parte di me era la cosa migliore per tutti...- "Ma il carico è diventato troppo pesante, ed ora quella stessa parte è tornata più allegra che mai. E tu ne hai potuto assaggiare giusto un goccino, vero Ju?" -...Ma la verità, dura da accettare per uno come che tende sempre a virare in direzione di "ciò che è giusto", è che in quei momenti io mi sento stranamente bene.- Okay, l'aveva detto. Non era stata una mossa molto furba, forse, visto che in ballo avrebbe potuto esserci la sua carriera di Auror e non solo, ma era ciò che, nel profondo, sapeva di provare. Nessuna bugia od omissione, la pura e semplice consapevolezza di non essere moralmente ed eticamente perfetto. Era un essere umano anche lui, del resto: sciocco, da due soldi, ma lo era. -Ci tenevo a mostrarmi a voi in maniera diversa.- Niente saltimbanchi, niente pervertiti, niente eroi. La sua vita era stata una sorta di redenzione per quell'episodio di violenza, avvenuto anni prima: la sua condotta scolastica, quando era studente, era stata impeccabile. I suoi voti erano stati alti. La sua propensione alla protezione del prossimo, alla totale fiducia negli altri, erano tutte sfaccettature della stessa pietra, scagliata contro quel Sidney brutto e cattivo che aveva attaccato il suo amichetto Leroy. Aveva sempre cercato di comportarsi bene, di soffocare la vena aggressiva sfoderando la sua sconfinata e rinomata pazienza, ma nell'ultimo periodo non era stato così semplice rimanere una brava persona, e Julia lo sapeva bene. Ma non aggiunse altro. Non desiderava né giustificarsi, né porsi al centro dell'attenzione ancora per molto. Ognuno avrebbe tratto le proprie conclusioni e tanti saluti: ormai lo stava accettando, lui non era più disposto ad agire solo in funzione del bene degli altri. |
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La risposta di Eustass non aveva in alcun modo sorpreso il Ministro, che aveva solo potuto confermare le idee che già erano ben consolidate nella sua mente. Avrebbe voluto ribattere, ma non era il momento di prendere parte a quei giochi provocatori ed auto-esaltanti che tanto piacevano all'Infermiere di Hogwarts. Fu felice di assistere a quanto Sid aveva deciso di condividere e, per un attimo, avrebbe voluto chiedere qualche spiegazione. Decise tuttavia di trattenersi, perché aveva riconosciuto una linea comune con quanto egli stesso avrebbe mostrato ai compagni. Forse avrebbe chiesto qualcosa al collega di Babbanologia al termine dell'incontro, o forse in privato. Si trovò a sorridere a Welsh, spontaneamente, senza premurarsi di osservare se egli avrebbe colto o meno il gesto. Quando fu il turno successivo, si alzò, diretto al centro della stanza, pronto (lo era davvero?) a liberarsi di un peso che nessuno prima di allora aveva potuto sorreggere assieme a lui, alleggerendogli il carico. *Potrebbero anche appesantirlo, Edward* Aveva motivo di credere (avrebbe avuto la fiducia?) che non l'avrebbero fatto. Chiuse gli occhi, avvicinò la bacchetta alla sua mente e riversò quella parte di sé nei vortici fluttuanti del Pensatoio. Una piccola stanza circolare era illuminata solamente dalla fioca luce di una candela, magicamente fluttuante. I piccoli raggi dorati che emetteva rivelavano pareti interamente in pietra, irregolari nella disposizione di ogni loro singolo elemento, disomogenee nell'alternanza dei loro gelidi colori. Doveva fare molto freddo, perché il ragazzo seduto sulle enormi lastre di roccia costituenti il pavimento tremava visibilmente. Era accucciato a ridosso della parete, con il sedere a contatto con la pietra, le gambe flesse, i piedi vicino alle natiche; le braccia erano entrambe appoggiate alle ginocchia e sorreggevano la testa, coperta da una chioma di lunghi, ricci capelli castani. Le mani strette a pugno, la bacchetta accanto a lui, dimenticata. Lo sguardo era rivolto in avanti, fisso, arrabbiato e triste, senza l'interruzione di un minimo battito di ciglia; i grigi occhi -particolarmente scuri a causa della scarsa luce- erano focalizzati sulla targhetta dorata appesa alla massiccia porta in legno d'ebano, posta di fronte a lui, unica interruzione di quell'atrio vuoto, cupo e tetro, interamente in pietra. Sembravano non voler leggere il nome inciso su quella lamina luccicante (Professor August Stark, Docente di Pozioni), eppure lo fissavano con un'intensità quasi maniacale, velata solamente da un sottile strato di lucidità che ricopriva entrambe le iridi. Quel ragazzino non stava piangendo. Quel ragazzino non piangeva mai. Quel ragazzino non sapeva piangere, se non da solo. Vestiva la classica divisa di Hogwarts, color pece, ma con alcuni dettagli giallo-neri che lo legavano alla Casata di Tosca. Lo scarponcino che portava al piede sinistro -ancora ricoperto a tratti da residui di neve fresca- continuava a picchiettare contro la roccia, frenetico, andando ad aggiungere ulteriore movimento agitato al tremore di tutto il corpo. Lo studente era visibilmente agitato. La lucidità dei suoi occhi era trattenuta con sforzo, per impedire alle lacrime di scorrere lungo gli zigomi, lungo le guance, a segnare quei solchi di debolezza (dopo quanto avrebbe capito che non lo erano? Dopo quanto si sarebbe accorto che erano un segno della sua sensibilità, del suo essere, del suo vivere? Dopo quanto si sarebbe accorto che erano un'espressione concreta del suo sentimento, dell'amore provato, dell'amicizia, del suo cuore?), solchi che -gli avevano insegnato- non dovevano esistere sul volto di un uomo. Non era chiaro da quanto fosse lì, sulla nuda pietra, ma presto quella porta che stava fissando con tanto rancore, con tanta intensità, con tanto senso di colpa, si aprì, sbattendo violentemente contro la parete rocciosa. Ne uscì un altro ragazzo, basso e magro, biondo con due occhi azzurri che andavano ad emergere con l'unico colore quasi vivace in quell'atrio scuro e tetro. Anche le sue iridi erano fredde (no, erano gelide), erano lucide. Le guance arrossite dal freddo lasciavano trasparire quei due solchi che il Tassorosso stava evitando: lacrime pesanti, probabilmente dolenti si erano fatte strada, segnando il volto di un fanciullo che poco prima, forse, era seduto accanto al suo amico, in quella stanza circolare di pietra. Le labbra del figlio di Tosca parvero muoversi. -Lincoln- proferirono, lasciando scappare un solo sussurro, che a stento permetteva di cogliere il nome, quasi supplicato. Quel nome, appena sibilato, era la lama di un coltello in movimento all'interno di una ferita aperta e ancora sanguinante. Lo sguardo dei due parve incontrarsi, per poco (per troppo), prima che lo studente che vestiva lo stemma di Tosca non fosse più in grado di reggerlo, appesantito dai pensieri e dalla vergogna. Dall'umiliazione. Quegli occhi grigi si spostarono di poco, sul volto del ragazzo appena uscito dall'Ufficio del Professor Stark, un volto parzialmente bruciato, da fresche scottature. Da fiamme ancora vivide nei loro pensieri. Dalla faccia si spostò poi agli abiti: un mantello di cui ormai erano rimasti pochi lembi, dai quali trasparivano ancora i colori verde e argentato della Casata di Salazar. I loro contorni erano bruciacchiati, come del resto parte del maglioncino, a livello del collo e del petto. Solo i pantaloni sembravano essere intatti, con l'esclusione di piccoli buchi sparsi, che lasciavano intravvedere ustioni non troppo trascurabili della pelle sottostante. Lincoln uscì, dopo quella breve interruzione del passo; l'occhiata delusa, triste e allo stesso tempo severa che aveva regalato alo studente dai capelli ricci era più eloquente di tutte le parole che avrebbero potuto scambiare. La targhetta tornò quindi ad essere l'obiettivo delle iridi del ragazzo seduto sulla pietra, mentre il ticchettio nervoso della gamba sinistra parve aumentare. -Edward, entra. - una voce grave interruppe il silenzio, una voce gelida come quell'atrio. Il Tassorosso scattò in piedi e varcò il portone su cui tanto aveva fissato lo sguardo senza interesse. L'ufficio del professore di Pozioni non era molto ampio, sebbene contenesse una grande quantità di materiale: tutte le pareti -che riprendevano la struttura in pietra che caratterizzava la fredda nudità dell'atrio- erano vestite di fitte scaffalature, ben intrecciate fra loro in una struttura per nulla simmetrica, ma armonica nel suo complesso. Vi erano tomi di ogni sorta, dai diversi colori di copertina e dalle differenti misure; vi erano anche barattoli e ampolle in vetro di ogni tipo, ognuna contenete un particolare ingrediente, ognuna catalogata e accompagnata da un'etichetta che riportava il nome del contenuto. Al centro della stanza troneggiava un massiccio tavolo in legno d'ebano, dietro al quale sedeva un uomo massiccio, sguardo severo, lineamenti duri. Stava scrivendo velocemente, con una calligrafia precisa ed elegante, su una pergamena che portava in calce lo stemma di Hogwarts affiancato dal logo ministeriale. Prima che il professor Stark alzasse lo sguardo per accoglierlo, lo studente notò alcune sfumature verdi farsi strada tra le rosse fiamme nel caminetto posto dietro alla cattedra. Chi era stato in quell'Ufficio poco prima? (Ancora fiamme, basta fiamme.) Un brivido lo assalì, visibilmente, palesato da un movimento brusco della parte superiore del busto. Quell'unico elemento di calore e di accoglienza che il fuoco sapeva attribuire, alleggerendo di poco la tensione di una convocazione, non parve coinvolgere il ragazzo. Egli era rimasto in piedi, rigido, concedendosi solamente il movimento degli occhi, come a cercare qualche altro segno della presenza di colui che aveva appena usato la Polvere Volante. Fu solo quando il professor Stark ebbe firmato in calce alla pergamena che la ricerca si concluse: lo scritto che ancora emanava l'odore dell'inchiostro appena usato fu posto accanto a due pezzetti di legno, a due metà separate di una stessa bacchetta. Il ragazzo non piangeva mai, se non da solo. La smorfia che si disegnò sul suo volto dimostrò l'evidente sforzo che stava facendo per trattenersi. Lui era un uomo. -Lincoln...-ne uscì un sussurro, quasi soffocato, flebile nel tono, chiaro nell'emozione che voleva esprimere. Che non voleva esprimere. Non si capiva cosa volesse sapere dal professore, con il dar voce al nome del compagno Serpeverde: del resto, tutto era già stato palesato ai suoi occhi. Le iridi del docente andarono finalmente a cercare quelle delle ragazzo, fredde e dure, impegnate a trattenere quel tratto visibile di tristezza che comunque traspariva dal volto consunto. -Ne parleremo un'altra volta, Edward. Per ora, voglio solo la tua conferma che non è colpa tua. Sei stato spesso in quest'ufficio in punizione, ma ho imparato a conoscerti e ho piena fiducia in te. Mi serve solo la tua conferma . Gli attimi di silenzio che seguirono parvero interminabili. Il ragazzo godeva pienamente della fiducia del Pozionista e sarebbe bastata una sola sillaba per scagionarsi completamente. Lo sguardo del Tasso si spostò sulla bacchetta spezzata, rimanendo immobile. Se avesse solo potuto immaginare di dare voce ai pensieri che prendevano forma nella sua mente, avrebbe impiegato tutta la notte prima di dare una risposta a Stark. Non poteva esitare, doveva solo rispondere celermente, prendendosi una responsabilità che l'avrebbe condizionato per il resto della sua vita. Rabbrividì ancora una volta, mantenendo la durezza nel volto che consentiva alle guance di non bagnarsi. -Non lo è, signore. Resistette, ancora una volta. Gli occhi grigi, gonfi e lucidi non scoppiarono, ma concentrarono il proprio obiettivo sull'interlocutore, per poi spostarsi a terra, sulla nuda pietra, disinteressati al responso. Erano ormai coperti dai ricci capelli, erano ormai rassegnati. Se solo, se solo avesse potuto dire tutto. Se solo avesse potuto dar voce a suoi pensieri. Lui era un uomo. Gliel'avevano insegnato: non poteva. -Ci vediamo ogni giorno nel mio Ufficio, dopo cena, signor Moody. Da qui alla fine dell'anno. Raggiungi il tuo dormitorio. Edward Moody non rispose, si voltò, repentino e corse verso la porta, lasciata spalancata alle proprie spalle. Pianse, pianse quanto non gli fu concesso fare prima, pianse finalmente da solo. -Edward, ti consiglio di non cercare Lincoln. Continuò a correre, lasciò l'atrio e l'ufficio, senza voltarsi, del tutto impreparato ad affrontare quanto sarebbe venuto. Quando l'Erbologo estrasse la testa dal suo pensiero -ormai non più esclusivamente suo-, riuscì solo a pensare a quanto avrebbe voluto essere da solo. Appoggiò entrambe le mani ai margini esterni del Pensatoio, chinando la testa su di esso, concentrando lo sguardo nei fumi che vorticavano, lasciando che i ricci capelli coprissero i grigi occhi, ancora un volta lucidi, come poco prima aveva dovuto (aveva scelto di) condividere. E si trattenne, perché tuttora non avrebbe pianto, se non da solo. Aspettò che tutti raggiungessero il proprio posto, prima di commentare. -Per Lincoln la scelta era stata fatta, non si sarebbe potuto tornare indietro. Per Edward - stava parlando di sé in terza persona, consapevolmente -c'era ancora una porta aperta, spalancata: una volta superata, però, sapeva che troppo sarebbe cambiato, sapeva che gran parte delle sue scelte sarebbe stata basata su quella notte. Si fermò per un attimo, consapevole che quel piccolo commento, rivolto più a se stesso che agli altri presenti (i suoi compagni Auror), non era sufficiente per dare un inquadramento ottimale a quanto tutti avevano appena visto. Non cambiò la sua posizione, né si premurò di spostare lo sguardo sui presenti, o di spostarsi i ricci dagli occhi. -Quella sera, qualcuno aveva dato fuoco alle Serre, per una sfida lanciata da un deficiente. Uno studente aveva accettato, assieme ad un amico. Una volta appiccato l'incendio i due scapparono. Solo uno riuscì a scappare, l'altro fu bloccato all'interno dalla caduta di una pianta davanti all'ingresso. Fu dato l'allarme. . *Dai, Ed, manca poco. Concludi* Avrebbe voluto piangere ancora; ancora una volta, non lo fece. Si trattenne. I vortici nel Pensatoio avevano iniziato a perdere la loro nitidezza, coperti dal velo lucido anteposto ai grigi occhi scuri. Tristi. Sospirò, forse impercettibilmente. -Qualcuno doveva essere punito, ma di certo non era Lincoln. Aspettò un paio di secondi prima di abbandonare la sua posizione, prima di abbandonare l'unico oggetto della sua attenzione, il Pensatoio, dedicandosi a fissare il pavimento. Si assicurò che le gambe non cedessero, colte dalle incontrollate emozioni di vergogna, senso di colpa. Un po' come la condivisione precedente, il Ministro studiò attentamente le pietre ben incastonate del pavimento, in tutta la distanza che lo separava dalla sua postazione. Salì i gradini sui quali sedevano Miles e Artemis, badando bene di schivare i loro sguardi, badando solo a raggiungere la sua posizione. Aveva con sé una consapevolezza: la sua spiegazione di certo non era bastata. Sapeva che avrebbe dovuto parlare ancora, che avrebbe dovuto incrociare gli sguardi dei compagni. Non sarebbe stato più un Insegnante, né un Ministro, in quel frangente; sarebbe stato un Auror disposto ad avere la fiducia dei suoi compagni. Compagni che sperava avrebbero saputo apprezzare quel ricordo, non tanto per il suo contenuto, quanto più per il significato che aveva in quel contesto. Almeno per lui. Edited by Edward Moody - 14/1/2015, 19:18 |
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Un bookman... Artemis non era sconvolto dall'ultimo ricordo che vide in quella stanza, quello di Eustass, ne era invece letteralmente affascinato. Non aveva idea che potesse esistere una organizzazione simile nel mondo al di fuori dell'eterna lotta tra bene e male, tra mangiamorte e auror. Era come se ci fossero molte altre fazioni al mondo ognuna delle quali con un obbiettivo preciso. Raccogliere tutti i principali avvenimenti del mondo nella propria testa per poi tramandarli a qualcun'altro? Sì. Era una cosa decisamente entusiasmante anche se il ricordo del professore così come il suo stato d'animo, trasparivano quanto poco c'era di bello in quella organizzazione e per quanto curioso, Artemis non riuscì a proferire parola. Ascoltò attentamente ogni singola frase che il professore scelse per rispondere alle domande che gli erano state poste nel tentativo di recuperare qualche informazione in più sull'esistenza di questi Bookman ma purtroppo non uscì nulla del genere dalla bocca di Eustass e il grifondoro dovette accontentarsi. Arrivò il turno di Sid che mostrò un ricordo terribile dove vide un bambino che rispecchiava molto poco quello che era adesso il professore o comunque l'idea che Artemis aveva di lui. Una parte dell'uomo che non sembrava neanche esistere in lui per come si comportava ma forse il giovane Auror lo conosceva relativamente poco per poter fare un pensiero del genere... a quanto pare tutti noi nascondiamo un lato oscuro. Quando riuscì a tornare alla realtà, fece per avvicinarsi al professore per potergli porre una domanda o anche solo semplicemente per chiedergli come stava (ma sarebbe stata una domanda decisamente stupida) quando la professoressa Baudelaire fece la stessa domanda che Artemis aveva in mente... si era pentito di quello che era successo col senno di poi? Si bloccò sul posto quando ascoltò la domanda della professoressa a cui rivolse un timido sorriso quasi a volerle far capire che avevano in mente la stessa domanda. Il giovano Auror quindi decise di non intromettersi ma di ascoltare attentamente la risposta a quella domanda quasi come se l'avesse posta lui stesso. Fu sorpreso nel sentire che in quei momenti il professore dopo tutto stava bene nonostante la sua coscienza non gli permettesse di andare molto d'accordo con se stesso ma Artemis pensò che dopo tutto era una reazione normale... voleva semplicemente dire che Sid era buono, o almeno questo era quello che il neo Auror aveva capito da tutta quella conversazione. Pentirsi di aver fatto qualcosa non faceva altro che dimostrare l'animo gentile dell'uomo dopo tutto, no? Per quanto gli riguardava, la sua opinione sul professore non era cambiata ma anzi era forse diventata migliore. Perché? Semplice, perché nessuno è perfetto e ad Artemis irritavano particolarmente le persone senza alcun difetto... le persone che si ritenevano perfette. Lo guardò negli occhi cercando di trasmettergli tutta la sicurezza di cui disponeva in quel momento. Magari ne avrebbero discusso un giorno... Dopo Sid, il ministro decise di mostrare a tutti il proprio ricordo e Artemis con impellente curiosità, si avvicinò al pensatoio immergendo il viso deciso a scoprire che tipo di persona fosse l'erbologo. Non avevano mai avuto alcun modo di interagire e il neo Auror aveva sempre pensato ad entrambi i ministri come delle persone dalla grande correttezza e rettitudine... Dopo aver concluso la visione del ricordo del ministro, Artemis raddrizzò il corpo e scosse la testa cercando di tornare alla realtà. Si guardò intorno cercando di respirare a fondo focalizzando l'attenzione sull'ufficio della preside. Guardare tutti quei ricordi così intensi e profondi lo stava mettendo a dura prova. Alzò la mano destra sul viso e si stropicciò gli occhi per qualche secondo. Una volta terminato quel gesto, il suo sguardo si posò sul viso del ministro con espressione interdetta. A quanto pare non nasciamo tutti buoni e bravi eh? Questa cosa non disturbava più di tanto il ragazzo. Anzi secondo lui era la prova che il suo collega Auror era umano e che anche lui sbagliava proprio come tutti gli altri... e quale lezione migliore per imparare cos'è giusto e sbagliato se non appunto commettere errori? Forse da quel giorno il ministro aveva deciso la strada che avrebbe seguito e che lo avrebbe portato a diventare quello che è oggi... Per quanto riguardava Artemis, grazie a quel ricordo adesso pensava semplicemente che il ministro fosse più "vero" e meno "costruito"... Non era Lincoln a dover essere punito? Pensò. Quella frase gli aveva già fatto capire cosa intendesse il professore ma c'era qualcos'altro di cui Artemis era piuttosto curioso... Che fine aveva fatto quel Lincoln? Nonostante non avesse ne la confidenza ne tanto meno un rapporto che potesse definirsi in altro modo se non di "conoscenza", questa volta il neo Auror decise di azzardare una domanda. Volevo sapere se... si insomma hai seguito il consiglio del professore? Lincoln lo hai più cercato? Quella era una domanda di pura e semplice curiosità che però gli avrebbe permesso di capire come si era risolta la faccenda tra i due. Magari era tornato a cercalo e avevano chiarito? Oppure forse quella era una questione ancora rimasta in sospeso? Gli era venuto spontaneo dargli del tu quella volta. Forse perché in quel momento erano tutti semplicemente Auror e non studenti e professori o ministri. Pensò per qualche secondo alla possibilità di aver azzardato troppo ma preferì non darlo a vedere... |
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Il Capo degli Auror aveva seguito - o per meglio dire: vissuto - insieme agli altri quella storia a tre protagonisti: due bambini e la cattiveria. Tutto, nel modo in cui gli occhi del giovanissimo Sidney Welsh guardavano l'amico-nemico, faceva presagire l'alluvione rabbiosa che l'undicenne si portava appresso, quella che aspettava soltanto la sua occasione per debordare e distruggere. Troppo spesso gli animi buoni, se sottoposti all'angheria, arrivavano a covare un male oscuro, la drammatica somma del male ricevuto, arricchito e ingrossato dal dolore della sottomissione e delle ferite. Potevano passare anni senza che gli "agnelli" trovassero il modo per ribellarsi, o poteva anche non accadere mai; ma quando succedeva, lo spettacolo offerto era mostruoso e i denti che scoprivano erano in grado di far scappare anche il più famelico lupo. Le vittime erano quasi inevitabilmente destinate a diventare carnefici assai peggiori di quelli che li avevano maltrattati; sempre ammesso che si potesse stabilire una gerarchia del male. Kedavra attese qualche secondo prima di risollevare lo sguardo su Sidney, ma alla fine lo fece, presa dalle sue riflessioni. Quasi tutti i presenti in quella stanza avevano mostrato un loro peccato, un loro scheletro nell'armadio. Logan e Sidney avevano esplicitamente collegato il loro ricordo alla loro essenza presente, e soprattutto alla scelta di diventare Auror. Kedavra era perfettamente consapevole che quell'incarico potesse attirare personalità prive di qualsiasi vocazione alla giustizia; non era raro, anzi, imbattersi in psicopatici che attraversassero l'addestramento con il solo scopo di avere l'autorizzazione di esercitare potere su altri esseri umani. Il perseguire il bene comune utilizzando bacchette, spie e strategie militari poteva essere molto di più che amorale, ma effettivamente immorale. Del resto, era impossibile capire quanto l'azione di un Auror potesse essere ispirata da ideali alti e condivisibili, e quanto invece fosse mossa da istinti. Alla fine, tutto ciò che contava era che il lavoro venisse portato a termine, e che certi elementi pericolosi non si trovassero più a piede libero, rischiando di mettere in pericolo la pace e la popolazione. Kedavra non credeva che la storia di Sidney Welsh fosse singolare. Ciò che c'era di singolare in quel quadro era la copertura che il giovane aveva scelto. Non era raro che le persone di spirito allegro adottassero quell'apparenza per controbilanciare l'oscurità del proprio animo, forti della convinzione che un'occhiata profonda agli abissi che recavano con loro avrebbe terrorizzato qualsiasi altra persona perbene. ("Gli Altri Normali", li chiamava Jelonek, anche se mai ad alta voce.) Malgrado tutte le elucubrazioni che il Capo degli Auror potesse avere formulato sul Babbanologo, la coesistenza della sua maschera sorridente e il fantasma del ragazzino violento era inedita, se non addirittura inquietante. Ma Sidney non sorride mai durante gli Addestramenti. rifletté, continuando a fissare il ragazzo, Quando si trova qui, quando si mette a fare questo lavoro, è un'altra persona. La routine prevedeva che il giovane Insegnante appendesse sorriso e ironia insieme al cappotto, prima di accomodarsi ai divanetti viola del Quartier Generale, alla distanza di un respiro dal suo punto fermo. Anche quel giorno non aveva portato nulla del brillante bambino sperduto che trotterellava per i corridoi della scuola. Logan si trovava tra gli Auror per scontare un debito di vita; Sidney era tra loro per imparare a tenere a bada una parte di sé che, incontrollata, rischiava di portarlo a fare del male. Oppure, è qui per lasciare a quella parte libero sfogo. Dietro una comoda divisa che legittimi anche le azioni più basse. (Nessuno può rimanere buono dopo quello che ha visto. Dopo quello che abbiamo visto tutti. ) Il Capo degli Auror si rifiutava di crederlo, ma escludere del tutto l'idea sarebbe stato imprudente. Si appuntò mentalmente la necessità di verificare questo aspetto nel corso del successivo Addestramento. In ogni caso, ciascuno di loro sarebbe stato messo alla prova. Poi, Edward Moody si alzò e aggiunse altra legna sul fuoco. Con giusto un po' di benzina. Quando tutti furono usciti dal ricordo, Kedavra tornò al suo posto, tentando di nascondere il proprio disagio. Edward non aveva ucciso nessuno - anche se per qualche attimo, la Preside aveva temuto che emergesse la storia di qualche compagno rimasto ucciso nell' "incidente" - ma quanto aveva appena mostrato loro avrebbe fatto diventare monotematici i quotidiani del mondo magico per almeno tre mesi. Quello che aveva appena confessato a tutti i presenti era più che sufficiente a farlo dimettere dalla sua carica di Ministro e a rovinargli la vita per sempre. Tutti i ricordi che erano stati riversati nel Pensatoio erano di pari valore: un valore inestimabile. Ma era innegabile che lì dentro, Insegnanti a parte, esistessero soltanto sei persone che ricoprivano cariche pubbliche; mentre nessuno avrebbe estromesso Julia o Sidney dal Wizengamot per un errore infantile, tuttavia, qualsiasi voce riguardante l'episodio per cui il Ministro della Magia Edward Moody avesse fatto Espellere un ragazzo innocente al suo posto mentre frequentava Hogwarts sarebbe stata una potentissima freccia nell'arco di qualunque oppositore politico. Quella storia, uscita di lì, avrebbe potuto diventare uno scandalo di dimensioni colossali. Kedavra analizzò a fondo la scelta dell'Erbologo. Si trattava di una dimostrazione di fiducia nei riguardi di tutti i presenti che non si sarebbe aspettata, ma che doveva essere stata decisa sulla base di ciò che avevano fatto coloro che si erano sottoposti al Gioco prima di lui. Come può essere sicuro che nessuno venda la notizia ai giornali? Il Capo degli Auror era più che consapevole che la Riddle non aspettasse altro per la sua colonna nella prima pagina della Gazzetta, e come lei migliaia, anzi, decine di migliaia di elettori. Vi erano decisamente troppi aspetti della faccenda che non aveva il tempo di esaminare, non in quella circostanza. Edward Moody non appariva imbarazzato; se si trattava di imbarazzo, lo era di un tipo molto oscuro e rassegnato. Come era capitato con Julia e con Eustass (Black), quel frammento di passato era contemporaneamente un peso e una responsabilità divenuti ormai dolorosamente familiari. Mentre studiava la reazione dell'amico, sentì di dispiacersi profondamente per lui. Artemis prese la parola per primo. L'impatto della vicenda su uno studente abituato a considerare il Professore di Erbologia come un uomo senza macchia e assolutamente ligio a qualsiasi forma di altissima moralità doveva essere notevole. Quando il Grifondoro ebbe sottoposto a Moody la sua domanda, anche Kedavra parlò. -Il professore ti ha permesso di rimanere a Hogwarts. Esordì, sollevando su di lui uno sguardo che era per metà inquisitore e per metà incuriosito. -Non ha preteso prove da te, solo la tua testimonianza. Le tue capacità scolastiche lo hanno persuaso che stessi dicendo la verità, oppure...- si morse il labbro inferiore impercettibilmente -Oppure lo hanno convinto che la verità non importasse. Qualcuno andava punito, e lui ha scelto il ragazzo che aveva meno probabilità di diventare qualcuno di importante dopo il Diploma. Non poté fare a meno di rabbrividire. Lincoln avrebbe potuto diventare qualcuno, indipendentemente dai voti conseguiti a scuola. L'episodio che aveva causato la sua Espulsione e la falsa testimonianza di Edward lo avevano privato di qualunque futuro potesse avere nella società magica. (Tu avresti fatto lo stesso. ) Batté le palpebre, caparbiamente. -Se tu avessi detto la verità a qualcuno, negli anni a venire, avresti reso inutile la mossa del Professore. Avresti reso inutile il sacrificio del tuo compagno. Trasse qualche cauto respiro. -Con il senno di poi, Edward... se potessi tornare indietro, a quel momento... cosa faresti? L'equilibrio tra giusto e sbagliato traballò, proprio in quella stanza, come il ponte di una nave in tempesta. In cuor suo, Kedavra era certa che a quel punto, qualsiasi fosse la risposta di Edward, sarebbe stata sincera. -Kedavra Edited by Kedavra - 21/1/2015, 15:22 |
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Se Edward poteva avere una certezza a priori riguardo al gioco che il Capo degli Auror aveva proposto loro, era certamente la proporzionalità fra il valore della rivelazione concessa, condivisa, agognata, rivissuta e il tenore delle domande che essa avrebbe fatto sorgere negli spettatori. Spettatori che erano ormai diventati testimoni di un segreto profondo, quasi involontariamente, ma con l'assunzione delle piene responsabilità imposte dal gioco, garantite dalla fiducia che stava infittendo il proprio tessuto, unendoli nel Corpo che rappresentavano. Se il Ministro si era liberato di un peso -senza tuttavia alleggerirne il carico su di sé- allo stesso modo coloro i quali avevano condiviso il suo ricordo dovevano aver acquisito parte di quel macigno, elaborandolo in base alle poche conoscenze in merito, traendo ognuno le proprie conclusioni, probabilmente tutte diverse (sicuramente tutte sbagliate). Quella scia argentata che andava a confondersi con i vortici all'interno del pensatoio li aveva resi partecipi di una nudità, di un'intimità che doveva essere letta in un contesto più ampio, un contesto che loro non conoscevano. Ecco dunque il subentrare delle domande, volte a chiarificare i molti punti (*tutti, tutti i punti. E' solo UN ricordo. Non sapete niente del prima, non sapete niente del poi.* ) annebbiati dll'Ufficio in pietra, dell'Atrio vuoto, delle Serre in fiamme. Di Lincoln. *Se solo il Pensatoio rivelasse i pensieri. Se solo...* (Hai giocato bene Edward, finisci il tuo turno.) Aveva raggiunto la postazione guadagnata all'inizio del loro incontro badando bene a schivare gli sguardi dei compagni Auror, consapevole che quanto aveva mostrato loro doveva limitarsi a quella carica. Come l'avrebbero visto i suoi studenti, i suoi ax-allievi, i suoi colleghi. Edward Moody non era solo un Auror. Aveva appreso a proprie spese di non poter aver fede nella maturità altrui ed aveva reso tale apprendimento un'arma contro l'opinione di coloro a cui non era sentimentalmente legato e di coloro che non riteneva obiettivi, né corretti se non nell'esaltare solamente il proprio interesse e la propria apparenza. Di questo, in fin dei conti, si trattava: non si poteva apparire diversi da quanto si fosse, se disposti a vivere una vita quanto più serena. E checché ne dicesse Black Sandman, accusandolo di essere uguale a lui per il semplice tentativo di giustificarsi inutilmente, Edward non aveva mai nascosto la sua indole. Questo perché le persone cambiano, se sufficientemente motivate. Quel ricordo era un motivo dalla validità indiscutibile. (*Finisci il tuo turno, Ed.*) La prima domanda fu quella di un suo studente, Artemis Flamel. Fra tutti i quesiti che si sarebbero potuti porre alla luce della condivisione, il Grifondoro parve scegliere il più spontaneo, forse il meno doloroso -ammesso e non concesso che di "meno doloroso" si potesse parlare. Non avrebbe saputo definire il tempo impiegato prima di dar voce alla risposta; il termine dell'attesa fu segnato da u movimento del capo, che si alzò dall'ammirazione per il panorama offerto dalla pietra degli scalini, mirando il proprio sguardo nelle pupille di Artemis. Gli aveva dato del "tu", ma questo risultò strano solo al suono, non in quel contesto. La postura rigida, le mani appoggiate a terra, mentre gli occhi seri cercavano una freddezza che difficilmente avrebbero raggiunto. -Non l'ho cercato ed ho ascoltato il consiglio del professor Stark. Inizialmente avrei voluto seguirlo senza sapere nemmeno cosa dire, ma per toccare con mano quel legame forte che si era interamente sgretolato. Col passare del tempo ho imparato a mettermi nei suoi panni e a comprendere che non cercarlo non poteva che essere la scelta migliore, per lui. Quanto a me, ho imparato a mettere in secondo piano la mia tranquillità, le esigenze che potrebbero pormi meglio nei confronti di questa storia, andando a riscattare l'enorme senso di colpa da cui non credo riuscirà mai a liberarmi. Si fermò, per poco, prima di aggiungere una sola parola, mantenendo la propria attenzione allo studente: -Giustamente. Avrebbe voluto credere che non vi sarebbero state ulteriori domande, ma sapeva che qualche dettaglio in più sarebbe stato ricercato. Stavano giocando ed era corretto che ognuno desse il proprio contributo fino in fondo, in quella situazione che non si sarebbe presentata altre volte nella loro vita. Mentre lo sguardo si rifiutava di tornare a perdersi nelle irregolarità della pietra, si accorse che stava osservando le reazioni dei suoi colleghi, come avrebbe voluto fare subito dopo la condivisione. Come non era riuscito a fare prima. Ascoltò la domanda di Kedavra cercando di capire il prima possibile dove volesse andare a parare: non poteva dire che se lo sarebbe aspettato, ma aveva di certo immaginato che in qualche modo volesse cogliere il rapporto fra quello che era stato e quello che era in quel momento. Istintivamente, andò a cercare lo sguardo del proprio Capo, aspettando un paio di secondi prima di rispondere: -Hai fatto una premessa doverosa, relativa alla scelta del professor Stark. Egli ebbe modo di farmi notare in seguito, implicitamente, di quanto io e Lincoln fossimo diversi a livello scolastico ed extra-scolastico. Sebbene io fossi un tipo tutt'altro che tranquillo e rispettoso, avevo una passione per gli studi di Hogwarts ed un interesse che mi portava ad avere ottimi risultati. Al contrario, Lincoln era uno studente svogliato e completamente disinteressato alla Magia, sebbene fosse un ragazzo perfettamente educato e corretto. Non ho mai voluto sapere se il professor Stark sapesse veramente quanto era accaduto o se avesse data per scontata la mia posizione in tutto questo, tuttavia ritengo che fosse un passo avanti a noi, in tutto. -una premessa doverosa, per confermare (o forse più per puntualizzare) le corrette osservazioni iniziali di Kedavra. -Veniamo ora alla risposta. Quell'evento mi ha cambiato nel profondo, tant'è che tutti voi non credo riconosciate in me quel bambino. Mi ha insegnato molto, non solo a mie spese, ma soprattutto a spese di altri. Se vedo l'evento in sé come ciò che mi ha permesso di cambiare in meglio, diventando quello che oggi sono, non posso dire che mi comporterei diversamente. E questa sarebbe una scelta sofferta, che metterebbe me in secondo piano, perché mi costringerei a vivere, ancora una volta, con il costante dolore del ricordo ed un senso di colpa attanagliante. Se ragionassi invece in un'ottica prettamente personale, a tratti egoistica, riguardante la mia serenità, bhe allora sceglierei ciò che potrebbe risultare universalmente corretto e morale; a posteriori, però, avrei scelto di negarmi di diventare quanto sono, non tanto per me, poiché la mia felicità non dipende da quello che sono oggi, quanto più per il mio contributo allo sviluppo della Comunità Magica, qui ad Hogwarts e al Ministero. Si fermò per qualche secondo, prima di concludere, mentre lo sguardo si distaccava dalle pupille di Kedavra, come a cercare l'attenzione degli altri compagni: -La verità è che quello che sono diventato non mi permetterebbe mai di tornare in una simile situazione, se non con la certezza di aver dato del mio meglio in obiettività, conformemente ai miei obblighi morali ed istituzionali, consapevole delle conseguenze di ogni singola scelta. Probabilmente altre domande sarebbero uscite in seguito, altre risposte sarebbero state date in privato, altri incontri sarebbero stati cercati. Forse da Edward stesso. Tornò per un attimo a Kedavra, come a comunicarle il termine del suo intervento, cogliendo per un attimo l'amicizia che li legava, cogliendo quel barlume di dispiacere su quanto egli mai avrebbe fatto sopportare ad altri. Si fermò, mentalmente esausto. Non permise allo sguardo di tornare a terra, ma lo focalizzò sul Pensatoio, consapevole che altri si sarebbero fatti avanti a dare il loro ricordo, a rispondere alle domande, a denudarsi davanti ai compagni. Erano tutti Auror, niente di più in quel frangente. (*Hai concluso il tuo turno, Edward.*) |